Accampamenti informali e rigenerazione urbana nelle fotografe di Lukas Isak, che li racconta in un'intervista

15 aprile 2024

Dall'11 al 19 novembre 2023 l’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda (ISAL), in collaborazione con l’Associazione Amici del Palazzo e Parco Arese Borromeo e con il Comune di Cesano Maderno (Monza e Brianza), nell’ambito della ventinovesima edizione dell'evento Il Mondo in un Click, ha realizzato - sotto la curatela del professor Ferdinando Zanzottera del Politecnico di Milano – la mostra Abitare nell’orto d’Europa: le architetture "invisibili" di Almeria. Fotografie di Isak Lukas, allestita presso l'Antica chiesa di Santo Stefano - Auditorium Paolo e Davide Disarò di Cesano Maderno.

Incontriamo il giovane fotografo Isak Lukas per un'intervista.

La sua formazione è passata attraverso una laurea triennale in architettura presso l’Università Federico II di Napoli; alcuni corsi seguiti all’Escuela Técnica Superior de Arquitectura di Granada; gli studi al Politecnico di Milano. I temi che ha approfondito sono la rigenerazione urbana delle città informali e dei campi profughi e le ibridazioni culturali nello sviluppo della città. Che cosa l'ha condotta verso queste tematiche?

© Una fotografia di Lukas Isak.
Il tema delle ibridazioni culturali mi ha da sempre affascinato, probabilmente anche per il fatto di essere cresciuto in una famiglia multiculturale e perché le ripercussioni nel mio campo disciplinare sono molteplici. Anche al Politecnico di Milano è stato un argomento ricorrente di diversi corsi e seminari e sono certo che abbia influito radicalmente sulla mia visione della città e del territorio e sulle modalità con le quali affronto un progetto. Il tema delle città informali l’ho scoperto casualmente grazie ad un corso di progettazione urbana dell’università di Granada, in cui veniva richiesto di sviluppare un progetto di riqualificazione dei due accampamenti informali di "Las Casillas" e di "Los Nietos", nella provincia almeriense. Insieme a un gruppo di amici che, come me, si erano appassionati alla tematica, abbiamo deciso di indagare più a fondo e di documentare le problematiche di questi luoghi. L’umanità, le storie e le persone che abbiamo conosciuto ci hanno fatto sviluppare un’attitudine nei confronti dell’architettura più "umanistica". Già nei primi anni della mia formazione triennale mi ero dedicato quasi più allo studio della saggistica socio-antropologica che alla disciplina specifica della mia facoltà: si può dire che sono arrivato a occuparmi di questa problematica in un momento della mia formazione in cui ero particolarmente incline a una riflessione di questo tipo.

C'è stata qualche scoperta inaspettata durante la sua indagine?

Sicuramente quello che è emerso sono i limiti del mio campo disciplinare. L’architettura e l’urbanistica italiana, in particolar modo quelle storicamente più politicamente e socialmente impegnate, non sono mai state esenti da una visione legata a un certo determinismo sociale e una sorta di "behaviorism", se si pensa soprattutto alla cultura architettonica post sessantottina. Affrontare il tema della riqualificazione dei quartieri informali consente di riflettere e di mettere in discussione il ruolo e l’influenza che l’architettura può avere in contesti socialmente e culturalmente più complessi.

Qual è il rapporto fra l'informale e la creatività? Ovvero: quale grado di creatività occorre raggiungere per poter (soprav)vivere?

Credo che esista senza dubbio un rapporto tra informale e creatività. La domanda forse riguarda più altri campi disciplinari e io non posso che fornire una mera riflessione o interpretazione personale. La capacità di creare un nucleo in qualche modo familiare all’interno di un contesto culturalmente, socialmente e politicamente alieno è sicuramente un segno di creatività. Inoltre credo che la parola sopravvivenza sia assolutamente corretta: la possibilità di qualsiasi individuo o gruppo di individui di definirsi in modelli noti che chiamiamo identità è alla base di molte riflessioni di pensatori contemporanei e non. Nel caso dei campi profughi vediamo esattamente come modelli urbani o architettonici vengano ricomposti utilizzando materiali e tecniche costruttive locali. È in questo senso che i campi almeriensi si possono considerare un emblema di creatività e di ibridazione culturale. Teli di plastica, pallet e ruote di bicicletta costituiscono frammenti e scarti del contesto locale che, riassemblati nelle forme e nelle tipologie architettoniche dei paesi di appartenenza, ci forniscono dei casi di studio unici da un punto di vista architettonico e urbanistico. Da un punto di vista prettamente umano, dopo molte conversazioni avute con gli abitanti dei quartieri, ci siamo resi conto che la scelta di vivere in questi luoghi non sempre era forzata. Alcune persone, pur avendo la possibilità di spostarsi in paesi vicini, preferivano vivere negli accampamenti per il grado di libertà che questi potevano garantire: libertà di seguire le proprie abitudini di vita e di autocostruirsi il proprio spazio: in sintesi, quella libertà di espressione individuale che raramente è possibile nei casi di immigrazione. È proprio su questa volontà/libertà di espressione che si dovrebbe riflettere, mettendo in discussione lo stesso concetto di integrazione.

Prendiamo in considerazione il concetto di identità dal punto di vista di chi quegli insediamenti ai margini delle città industrializzate li abita e di chi, invece, tende metaforicamente (e a volte anche fisicamente) a espungerli considerandoli socialmente "scomodi".

Senza entrare nello specifico delle problematiche di diversi contesti metropolitani, legati al periodo storico, alle politiche urbane e a specifiche contingenze, credo che parlare di identità locali e di nuove identità (che si innestano in contesti stratificati e consolidati), porti a una riflessione sul rapporto tra "limite" e "ibridazione"; ovvero a comprendere quanto il limite, e dunque il riconoscimento delle parti, abbia un valore politico o antipolitico. Questo è un tema estremamente complesso e riguarda sia le differenze culturali sia quelle sociali. A mio avviso la definizione delle differenze, il limite e la separatezza possono avere un ruolo democratico e non segregazionista se il fine è il riconoscimento delle culture, degli attori e delle polarità. Un territorio senza gerarchie né definizioni invece di dar forma alle dialettiche rischia di negarle nell’indefinito.

La sua indagine, soprattutto su Almeria, nella Spagna meridionale, è stata riccamente documentata dal punto di vista fotografico e una selezione dei suoi scatti è stata esposta nella mostra personale Abitare nell’orto d’Europa: le architetture "invisibili" di Almeria. Fotografie di Isak Lukas, a Cesano Maderno (Monza e Brianza).

Lei è dunque fisicamente entrato in Almeria, stando dietro l'obiettivo fotografico. Detta così può parere una contraddizione in termini, se decidiamo che l'obiettivo è una frapposizione che ci separa dal mondo. Ma contraddizione non è, se ricordiamo Henri Cartier-Bresson quando afferma che "fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore", ovvero è "un modo di vivere". Con quale atteggiamento intellettuale ed emozionale è sceso in campo per documentare gli insediamenti informali di Almeria?

L’obiettivo sicuramente era quello di comprendere una realtà estremamente diversa ma anche geograficamente così vicina a noi. I miei compagni di corso e io cercavamo di avere una visione di questi "microcosmi" da molteplici punti di vista ovvero da una prospettiva sia socio-materiale (struttura sociale ed evoluzione storica), sia socio-antropologica (visioni di vita e sistemi valoriali degli abitanti). Si è trattato di punti di vista spesso molto diversi dai nostri e con i quali inizialmente facevamo fatica a empatizzare. Siamo rimasti molto colpiti del fatto che situazioni di tale degrado esistano in Europa e soprattutto che siano così scarsamente documentate; pochissime persone nelle città vicine erano realmente a conoscenza di quello che accadeva negli accampamenti informali almeriensi. In poche ore di macchina si entrava letteralmente in un paesaggio completamente diverso e, rientrando la sera a casa, avevamo sempre una sensazione di irrealtà; il peso della giornata, delle conversazioni e delle situazioni vissute rimaneva dentro di noi per diversi giorni.

Ciò che lega coloro che vivono in un insediamento come quello di Almeria è la mera condivisione di un destino di comune disagio o c'è dell'altro?

Le storie personali degli abitanti erano estremamente diverse, si potrebbe dire che ogni nostro sopralluogo era un unicum. In determinati giorni le esperienze vissute negli accampamenti erano agli antipoti ed erano lo specchio della diversità sociale ed umana di questi luoghi. Una giornata l’abbiamo passata con uno dei capi del campo di "Los Nietos" e il suo gruppo di amici; la volontà comune era di voler fare colpo su di noi, raccontandoci storie variegate, fughe in moto dalla polizia con carichi di droga trafugati, esperienze carcerarie e racconti di violenza di vario tipo. Un’altra giornata, invece, l’abbiamo trascorsa con un ragazzo marocchino che viveva nell’accampamento da una decina di anni, siamo andati a fare una passeggiata lungo il letto di un fiume prosciugato, abbiamo raccolto delle erbe e ci siamo riposati sotto l’unico albero della zona mentre lui suonava. Ogni accampamento aveva le sue specificità, c’erano quelli più "adatti alle famiglie" e quelli più conflittuali. Non erano sprovvisti di negozi e di bar, ma l’immagine della continuità unitaria e omogenea delle baracche li rendeva difficilmente riconoscibili. In sintesi le storie e i legami interpersonali erano molto diversi e seguivano logiche distinte: c’era chi romanticamente approfittava della libertà di vita in un mondo senza regole, chi, in attesa di documenti, viveva la situazione come transitoria e chi invece le regole le dettava.

Con quali modalità si esplicita la differenza fra gli immigrati, dovuta alle diverse provenienze geografiche e culturali?

Premettendo che l’approccio con il quale abbiamo affrontato quest’esperienza è stato più "fenomenologico" in quanto il tema di studio riguardava l’architettura e l’impianto urbano, piuttosto che un’indagine etnografica, abbiamo osservato che le interazioni tra i diversi gruppi etnici differivano da un accampamento all'altro. Esistevano accampamenti più conflittuali in cui si leggeva una netta separazione tra i quartieri a seconda delle diverse provenienze; in altri, invece, c’era una maggiore condivisione degli spazi di vita. Ad esempio all’interno dell’accampamento di "Los Nietos" si potevano chiaramente distinguere le aree marocchine, con un impianto urbano labirintico e poroso, dalle aree di matrice centro-africana. Inoltre va considerato che le ragioni per le quali le persone vivono in questi luoghi sono tra le più disparate è per questo che forse la separazione riguardava soprattutto il ruolo che le diverse figure svolgevano all’interno dell’accampamento piuttosto che le distinzioni di provenienza geografica.

Qual è il confine oltrepassando il quale la fotografia cessa di essere mera cronaca per diventare racconto partecipato, esercizio d'umanità, sprone alla riflessione? E come si fa a oltrepassare il confine?

Cercando di costruire una narrazione, una sequenza che non sia dettata dal valore artistico dei singoli scatti ma dallo scopo del progetto. Ritrarre i soggetti con dignità e rispetto contribuisce a umanizzare la loro situazione. Non si tratta solo di mostrare le difficoltà, ma di catturare momenti di resilienza, speranza e, soprattutto, di quotidianità. In questo modo si possono contrastare immagini e rappresentazioni stereotipate, mostrando la complessità e la diversità delle esperienze dei rifugiati. Oltrepassare il confine richiede forse una combinazione di sensibilità, etica e impegno umanitario.

Nel documentare realtà di insediamenti informali, bidonville, baraccopoli, favela, un fotografo può correre il rischio di cadere in un compiacimento puramente formale?

Sicuramente la diversità formale e sociale degli insediamenti informali rispetto ai nostri contesti di vita ha un potere, in qualche modo, fascinoso e si rischia di cadere in un puro compiacimento. Tuttavia, credo che il discrimine principale sia lo scopo per il quale è stata concepita la documentazione. Dunque adottare una specifica e demarcata chiave di lettura, che potrebbe essere umana e sociale oppure, come in questo caso, più legata all’architettura ed al paesaggio.

Lei si è mai sentito a rischio, in questo senso?

Nel nostro caso diciamo che questo rischio era limitato, in quanto il materiale fotografico e video non era mai stato realizzato a fini espositivi ma semplicemente come strumento di progetto; le fotografie, i video e gli schizzi realizzati in loco ci servivano unicamente per costruire un racconto propedeutico al progetto di rigenerazione urbana. Ricordo che abbiamo montato i diversi filmati in un cortometraggio, che il mio gruppo di studio e io proiettavamo in loop sulla parete del salotto mentre ragionavamo e lavoravamo al progetto. In questo caso il materiale aveva dunque prettamente il ruolo di uno strumento per disvelare e narrare abitudini di vita, interazioni sociali, sistemi costruttivi e principi insediativi.