8 aprile 2011
Giorgio Madia. © Foto Markus Wache. |
Giorgio Madia: un prezioso bagaglio che contiene il lavoro di un originale coreografo, di direttore artistico, di professeur e di maître de ballet, una splendida carriera di ballerino, premi prestigiosi come il "Gold Mask Critics Award" (per la miglior produzione con La bella addormentata nel bosco nel 2006 e per la migliore direzione con Cinderella nel 2007 e con Les Contes d’Hoffmann nel 2008). Tutto questo sui palcoscenici mondiali. Partiamo dall'inizio della Sua carriera. Si è diplomato presso la scuola di ballo del Teatro alla Scala ed è entrato nella Compagnia con ruoli da protagonista. Dopo un anno, però, ha deciso di lasciare l'Italia, per unirsi a due compagnie béjartiane: il Ballet du XXème Siècle a Bruxelles, prima e, come solista, il Béjart Ballet Lausanne, successivamente. Come mai?
Il mio desiderio principale è sempre stato di lavorare a contatto di un coreografo per essere presente al momento più creativo di questo lavoro.
Alla Scala, all'epoca, il lavoro mi pareva svuotato del significato più importante ed elevato della danza come arte. Béjart era per me l'incarnazione dell'uomo di teatro per eccellenza e ha rappresentato per me una meta illuminante che ha poi contribuito a formare la mia visione artistica gli anni a venire.
Dopo due anni a Bruxelles Béjart chiese a vari ballerini, tra cui me, di seguirlo alla sua nuova compagnia di Lausanne.
Dopo Losanna è stata la volta degli Stati Uniti (Milwaukee Ballet, San Francisco Ballet, Pennsylvania Ballet), dell'Italia (Aterballetto, Balletto di Venezia), della Svizzera (Zürcher Ballett)… Che cosa dà l'estero a un artista, che l'Italia non dà?
Non ho mai capito la polemica riguardante i cervelli che fuggono e, nel caso dell'arte, degli artisti che emigrano. È ovvio che nella ricerca dell'eccellenza ci sia anche un desiderio di confrontarsi a livello globale con le varie realtà. Il concetto di confine non si deve porre nella considerazione delle opzioni possibili di lavoro ed è una mentalità provinciale tutta italiana. Comunque se devo proprio dire cosa non c'è in Italia è l'educazione professionale e l'educazione tout court.
Nella Sua carriera di ballerino ci sono due tappe sulle quali mi piacerebbe soffermarmi: il tour mondiale triennale con il gruppo "Nureyev and Friends" (composto da Lei, Rudolf Nureyev e quattro solisti ed étoiles dell'Opéra di Parigi); la Sua esperienza di primo ballerino presso Aterballetto. Me ne può parlare?
L'incontro con Nureyev è stato importante per la mia carriera: la sua passione, determinazione e disciplina sono state un insegnamento importantissimo. In quelle tournée ho avuto l'onore di danzare non solo con Nureyev stesso sia nel passo a due del Chant du compagnon errant di Béjart che nel quartetto della Pavana del moro di Limón ma anche molti altri pezzi accanto a étoile internazionali mentre giravo il mondo. È proprio lui che mi ha insegnato cosa ci vuole per arrivare al top: lavorare il doppio degli altri!
L'esperienza dell'Aterballetto è coincisa col mio rientro in Europa e con il confronto a un nuovo modo di concepire la professione.
Tanti sono i nomi di coreografi con i quali ha lavorato. Alcuni: il già citato Maurice Béjart, Alicia Alonso, Nicholas Beriozoff, Mauro Bigonzetti, Merce Cunningham, William Forsythe, Rosella Hightower, Hans van Manen, Peter Martins, Rudolf Nureyev, Roland Petit, Josef Russillo, Heinz Spoerli, Iorma Uotinen. Hanno rappresentato per Lei una spinta a diventare coreografo?
I coreografi che ho incontrato naturalmente mi hanno influenzato, come del resto tutto influenza chi ha spirito di osservazione e che fa il mio lavoro, ma non sono stati una spinta per me in quella direzione. Il desiderio di diventare coreografo è nato spontaneo: già prima di studiare danza producevo spettacolini in famiglia obbligando le mie cuginette a esibirsi. Direi che da quando io mi possa ricordare ho creato spettacoli: con la fantasia prima e poi per gioco creando scene con cuscini, costumi con tende smesse e coreografie in camera mia.
Le Sue prime due coreografie le ha create nel 1995 a Zurigo: Stück per lo Zürcher Ballett e Die lustige Witwe per l'Opernhaus Zürich. Poi sono arrivati i numerosi altri lavori. Qual è la sua cifra stilistica? Che cosa significa per Giorgio Madia essere coreografo oggi?
Il mio stile? Non so bene e non me lo chiedo, non mi piace molto etichettare l'arte per non dover poi mantenermi all'interno di un certo parametro. Al contrario cerco di essere più libero possibile da legami di mode e tendenze di danza mentre la moda e tendenze sociali mi inspirano. Cosa significa coreografare? Lo sento come una esigenza. Ho rivestito vari ruoli nel campo artistico e solo nella regia e coreografia mi sono sentito completamente me stesso. Sono nel campo del teatro da 34 anni ormai e la mia esperienza si tramuta in linguaggio, quindi il teatro è il mio modo di esprimermi.
Oggi? Il lavoro a volte è molto meno artistico e molto più sedentario di quanto uno si possa immaginare. Oggi, dopo l'incontro con la persona che mi sistema le tasse, devo correggere due proposte di contratti per la stagione 2012 e archiviare le recensioni della mia ultima prima OZ – The Wonderful Wizard con lo Staatsballett Berlin del 12 marzo. Nel pomeriggio continuo con la ricerca musicale per la mia nuova produzione Arlecchino e parallela lettura di materiale che Ferruccio Soleri, il piú grande Arlecchino di tutti i tempi mi ha fatto l'onore di prestarmi. Nel pomeriggio vado in palestra per vedere di salvare il salvabile!! In serata vado all'Opera di Stato a vedere Anna Bolena.
Tra i Suoi lavori ci sono titoli classici: Il lago dei cigni, Lo Schiaccianoci, La bella addormentata nel bosco, Cinderella, Romeo e Giulietta. Che cosa L'ha spinta a rivisitare i balletti di tradizione e quali sono stati i Suoi criteri di rivisitazione?
Quando rivisito dei classici parto dalla storia del libretto e dalla musica cercando di estrapolarne lo spirito originale e rispettandone l'intenzione con i quali sono stati creati distanziandomi da rivisitazioni che modificano in modo drastico l'impianto originale. Se a me non piace una storia preferisco inventarmene una nuova di sana pianta e chiamarla con un nome che non tragga in inganno il pubblico o peggio che ne sfrutti il potere di botteghino. Naturalmente poi scelgo un vocabolario visivo nuovo e magari di soluzioni contemporanee. Spesso le mie azioni sono rapide e concise. Il mio scopo è sia di gratificare lo spettatore attento, perché possa trovare dell'originalità e interesse nella mia versione sia di proporre a un bambino o a un adulto che per la prima volta vede quel titolo una storia fedele alla sua concezione originaria.
Tra le Sue coreografie c'è Chopin Imaginaire, creato nel 2009 per il Teatro di Cottbus. La "tesknota" - quel misto di nostalgia e struggimento, chopiniana in particolare, ma polacca in generale - è presente nel Suo balletto? E come si coniuga con i momenti burleschi?
Il lavoro su Chopin è stato bellissimo per quanto riguarda la parte creativa. Mi sono lasciato indicare dalla musica (forse con presunzione) quale spirito, relazione, sentimento o emozione cercando avesse provato il compositore nel momento creativo. Il risultato sono delle visioni che appaiono e si dissolvono e che a volte prendono forma propria e autonoma: alcune sono ironiche, alcune profondissime e lo spirito nostalgico è naturalmente presente appartenendo geneticamente ai polacchi e soprattutto a un esule in quel periodo. Il tutto è bilanciato perché Chopin era una persona anche molto spiritosa e ironica!
I Suoi prossimi impegni.
Tra gli impegni più imminenti c'è la regia di due opere per la Kammeroper di Vienna: Le pauvre matelot di Darius Milhaud, col testo di Jean Cocteau e Venus in Africa di George Antheil, una settimana di lavoro con lo scenografo per la mia prossima Fille mal gardée, una coreografia per il Lifeball davanti al municipio di Vienna su Icaro, (dove credo dovrò coreografare anche un cavallo) e una coreografia per lo Zingaro Barone per il festival di Mörbisch il 14 Luglio.
Il Giorgio Madia futuro: quale messaggio vuole aver dato, quale segno vuole aver lasciato?
Spero che il mio lavoro possa aver lasciato un segno sulla sabbia, un segnale effimero che abbia però toccato qualcuno con un messaggio positivo profondo e struggente prima di essere sciacquato via dal mare. Forse…