Intervista a Pietro Pancamo sull'universo della scrittura

30 aprile 2023

Pietro Pancamo: editor professionista, novelliere, poeta, collaboratore di rubriche culturali e conduttore di webradio. Cominciamo dall’editing. In che cosa consiste esattamente questa figura? Spesso, infatti, non si conosce il confine fra correzione di bozze, editing leggero, editing profondo e riscrittura di un testo. Del resto mantenersi nei confini concordati non è sempre facile, soprattutto quando si ha a che fare con una committenza che non sa il fatto suo.

Cara Gloria, per rendere più chiara, ai lettori di quest’intervista, la materia di cui stiamo trattando, mi limiterò ad una spiegazione schematica ed essenziale (mi auguro, però, non troppo sommaria); dunque… un editor può sottoporre il testo, per esempio di un romanzo, a tre livelli successivi di revisione: la correzione delle bozze (ovvero il processo teso ad “epurare” refusi e sviste ortografiche), l’editing leggero (che si occupa di rendere più scorrevoli le frasi, ovviando fra l’altro alle ripetizioni come agli errori vuoi grammaticali vuoi sintattici) ed infine l’editing profondo, il cui compito è intervenire sulla trama e l’impalcatura psicologica dei personaggi, per liberarle da qualunque incongruenza.

A complemento di quanto detto sinora, bisogna tener presente, poi, una cosa molto importante: un editor che si rispetti, ben sapendo di dover restare fedele in toto allo stile delle opere su cui è chiamato a lavorare, non s’avventurerà mai a riscriverle, ma di esse si limiterà ad elencare – sempre e solo per appunti, appositamente redatti a vantaggio degli autori – gli eventuali difetti, prospettando al contempo le soluzioni papabili per migliorare la situazione e salvarla.

La riscrittura è invece una questione che inerisce già al ghost writing, una disciplina (chiamiamola così) sulla quale preferisco non pronunciarmi, dal momento che non l’ho mai praticata (eccezion fatta per un caso: quello di un filosofo dilettante del quale, avendo egli una padronanza davvero scarsa dell’italiano, fui obbligato a riscrivere da cima a fondo un intero trattatello).

Qual è il percorso per diventare editing professionisti e quali doti occorre avere?

Per quanto mi riguarda, ho conseguito la qualifica professionale di editor dopo aver prestato servizio, con contratto biennale di formazione e lavoro, presso una piccola casa editrice umbra.

In merito alle doti, posso dire che secondo me quelle fondamentali e indispensabili sono di sicuro la passione per la letteratura (com’è ovvio), poi la pazienza, la precisione e una certa confidenza con discipline quali la narratologia.

Prendiamo in considerazione una pubblicazione in volume. L’editing e il marketing hanno, in questo caso, forti legami, nel senso che un libro occorre promuoverlo perché abbia visibilità e venda e, per farlo in modo efficace, bisogna seguire le ferree regole della pubblicità. L’apparizione sui social network, ad esempio, non è cosa da intraprendere impreparati, se si vuole essere visti e “acquistati”. Se pensiamo a due estremi – dipendere dai consensi della community e cercare di entrare nelle grazie degli influencer, da una parte e votarsi alla spontaneità più spinta, dall’altra – credi che occorra necessariamente fare una scelta per l’uno o per l’altro (accettando tutte le conseguenze) o ci può essere un “in medio sta virtus”? Se sì, di che cosa è costituito questo compromesso?

Penso che una soluzione consigliabile per promuoversi come si deve, senza cedere alla spontaneità o a dilettantismi di sorta, sia cercarsi in Internet un buon ufficio stampa indipendente, ovvero un’agenzia di professionisti che, essendosi costruiti nel tempo una solida rete di contatti sicuri con riviste letterarie, radio, web-radio, emittenti televisive e festival di settore, possono adesso garantire ai propri clienti un congruo, se non pingue numero di segnalazioni, recensioni, interviste e apparizioni.

Anch’io mi son servito di un ufficio stampa quando, l’anno scorso, ho dato alle stampe un’antologia di autori vari intitolata Senza tema! Poesie coraggiosamente atematiche e devo dire che ho ottenuto, sotto il profilo del marketing, risultati più che soddisfacenti.

Comunicare dando alle stampe un libro, aprendo un sito o un blog, creando un podcast. Quando se ne parla, spesso viene citata la massima “fatto è meglio che perfetto ma non fatto”. Qual è, a tuo avviso, la giusta dose di perfezionismo di cui deve essere dotato un intellettuale o – più in genere – un creatore di contenuti?

Beh, io i contenuti li correggo, più che crearli. Però posso dire ugualmente che una silloge poetica, per costituzione, non è di immediata comprensione, anzi spinge automaticamente a riflettere, a porsi domande, a lambiccarsi il cervello: quindi non può essere utilizzata, come ormai la stragrande maggioranza dei lettori fa coi romanzi o le raccolte di racconti, a mo’ di sonnifero prima di dormire o di ansiolitico rilassante dopo una giornata pesante. Ne consegue che l’impegno da profondere per promuovere un volume di versi dev’essere, giocoforza, molto maggiore rispetto a quello per lanciare un libro di narrativa. Ma a prescindere da tutto ciò, e parlando in generale, accontentarsi di cose fatte alla buona non conviene, perché rischiano ovviamente di rivelarsi controproducenti e di non giovare per nulla alla causa del marketing. Il perfezionismo, insomma, è sempre preferibile.

E ora veniamo al Pietro Pancamo autore. Ci racconti la tua prima pubblicazione, la silloge poetica Manto di vita (LietoColle)?

Nel volumetto Manto di vita osservo l’esistenza quotidiana di noi uomini, nonché gli episodi piacevoli o seccanti che la scandiscono ogni giorno, determinando i nostri sentimenti. I quali – battaglieri al massimo durante le ore lavorative, in quanto esasperati dalla nostra lotta per emergere – si placano soltanto di sera, quando per fortuna ci è concesso, nell’intimità della famiglia e del riposo, un minimo di sollievo sia dalla competizione che dalle fatiche. E ad essere sincero, nel mio volumetto ho voluto tratteggiare proprio questo continuo alternarsi d’amarezze e piccole gioie che, con un nome magari un po’ banale eppure suggestivo, possiamo chiamare “magica malinconia dell’esistere” e che ogni tanto mi diletto a inquadrare da prospettive inedite, che stimolino a riflettere. Ecco perché in una lirica come Io adesso festeggio, concepita per tributare un omaggio affettuoso – e spero originale – ai bei ricordi che tornano occasionalmente indietro, dall’infanzia o dalla gioventù, per tenerci compagnia, mi son messo a trafficare con il linguaggio della scienza.

Però altrove nella raccolta il registro cambia e dunque la scienza scompare per cedere il posto ad effetti e considerazioni di genere differente. Ad esempio la poesia Sui vetri appannati è una sorta di fulmineo divertissement che in disturbi leggeri e fra virgolette scanzonati (vedi, per dire, le consuete influenze stagionali) individua una serena e giocosa pausa di riflessione, per meditare in placida scioltezza sui significati della vita. Mentre Scia e Sole maligno echeggiano ahimè di note dolenti: non per nulla presentano la mia insonnia, quella che mi tormenta sin da quand’ero bambino, come simbolo piuttosto tetro di emarginazione e stanchezza esistenziale.

Dopo di che perché non menzionare Vecchiaia, canto di un barbone errante della discarica? Si tratta di un componimento che pur imbastendo una polemica a sfondo vagamente ecologico, desidera illustrare, in realtà, come giunti ormai ad una certa età, l’essere costretti ogni giorno a ripetere sempre gli stessi gesti, possa indurre una reazione quasi di nausea e repulsione, precipitandoci all’istante in una vecchiaia precoce e tossica: una vecchiaia che intacca non le membra ma lo spirito, tramutandolo in rifiuto, e che alle persone mature, magari intorno ai cinquanta come me, è nota col nome sinistro di noia o demotivazione.

Invece la piccola galleria di testi che ho denominato Frammenti, descrive quegli attimi di pessimismo che ci afferrano di tanto in tanto; meno male che la natura riesce puntualmente a soffiarli via, per esempio carezzandoci in volto con uno sbuffo, o meglio buffetto, di brezza corroborante. Negli anni in cui scrissi questi tre frammenti nutrivo ancora fiducia nella vita come nel mio futuro di scrittore e così ogni sorriso che facevo, o mi veniva rivolto, era una vertigine che provavo al cuore, mentre ogni folata di vento, sia pur minima, era sempre per me un’ondata di nuovi odori, sapori, sensazioni. Di entusiasmo, insomma!

A seguire, chiamerei in causa persino la pagina ventinove del mio volumetto, nella quale l’ispirazione assume le sembianze di una burrasca interiore e sottocutanea, che bisogna pur disciplinare in qualche modo, per ottenere poesie passabili e decorose. Però imbrigliarla troppo con regole o diktat sarebbe sbagliato, perché si correrebbe il rischio di non vederla più tornare e scatenarsi.

Infine in un brano come A mezzanotte, il buio della sera – assai brava (come già accennavo) a donarci sorriso e sollievo, liberandoci così dallo stress quotidiano – si rivela una sorta d’amorevole coltre protettiva: ovvero un generoso manto di vita, pronto a coprire, bendare e lenire le ferite morali che spesso ci procuriamo o “scagliamo” addosso l’un l’altro, durante gli antagonismi e le contese delle ore lavorative. Ed anche la mia silloge, per chiunque decida di leggerla, vuole sforzarsi di essere uno scudo o meglio un medicamento efficace; prova ne sia che ha scelto d’intitolarsi Manto di vita.

C’è chi afferma che, per essere considerati scrittori a buon diritto, ciò che conta non è saper scrivere poesia (benché con la P maiuscola): occorre essere in grado di scrivere in prosa. Che cosa ne pensi?

Bisogna innanzitutto sapere l’italiano (lingua che, invece, è sempre più morta e sepolta).

È affermazione comune che la poesia non venda. Occorre allora arrendersi a una società in adorazione del dio denaro e alla prosaicità del vivere? Se, invece, si decide di tener duro perché la poesia “serve”, quali azioni concrete può portare avanti il poeta, in solitaria e in aggregazione?

Un poeta non può far altro che continuare a scrivere, nella speranza che le sue parole riescano a raggiungere, prima o poi, orecchie ed occhi ricettivi. Oppure – imitando l’esempio di Alberto Pellegatta (che dopo aver pubblicato un paio di volte con Mondadori, è finalmente riuscito a costruirsi un seguito apprezzabile di lettori e affezionati) – si può fondare una casa editrice nuova, votata esclusivamente alla poesia e provare quindi a diffondere non il Verbo, ma il verso (o, volendo, il Verbo del verso). Chiedo scusa per i goffi calembour

Sei presente anche in antologie e su riviste. Ci indichi le più importanti?

Fra le antologie in cui sono apparso con i miei scritti (critici o creativi) mi piace ricordarne una del 2009 che, data alle stampe dalla Cleup (Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova), vantava anche contributi di Valerio Magrelli e Silvio Ramat.

Invece fra le riviste che mi hanno pubblicato, sono senz’altro di prestigio il mensile «Poesia» della Crocetti editore e l’omonimo blog del canale televisivo RaiNews24; ma non voglio certo dimenticare «Nazione Indiana», «La poesia e lo spirito», «Poetarum Silva» e «Carmilla» che, qui in Italia, sono fra le più influenti in campo letterario.

Spesso chi pubblica in antologia, considera quest’ultima una ribalta per il proprio ego. E magari a malapena legge i componimenti degli altri. La stessa cosa avviene nei reading pubblici, dove – oh, quanto sovente! – c’è chi resta fino alla lettura della propria opera e poi se ne va, senza stare porre attenzione agli altri intervenuti. Che cosa significa, per te, condividere le tue opere con altri poeti o scrittori nella cornice comune di un’antologia o di un reading? Ricordo, peraltro, che tu, sei promotori di reading, nell’ambito – fra gli altri – di BookCity Milano.

Ai reading che organizzo, interviene sempre un pubblico di almeno una trentina di persone ed io non leggo mai, anzi mi sforzo di lasciare tutto lo spazio agli altri autori presenti. Quindi cerco non ribalte personali, ma di fare il mecenate, nel mio piccolo, e di regalare ai miei simili (i poeti, i romanzieri e i novellieri sconosciuti) un minimo di visibilità. I reading, posso dire, sono il modo che ho scelto per testimoniare, ed elargire, solidarietà.

Quali sono gli ingredienti per scrivere un racconto che non ricalchi tracce note, ma colga il lettore, grazie alla sua originalità?

A mio parere, l’ingrediente è uno solo: guardare alle cose con ironia, dal momento che quest’ultima aiuta a cogliere gli aspetti meno consueti e scontati della realtà. Ma, più in generale, per riuscire a scrivere qualcosa di diverso, bisogna essere fuori dal giro dei grandi editori. E mi spiego: nel campo della narrativa italiana, sono molti gli autori attualmente incensati dalla critica. Purtroppo quando vai a leggerli, ti accorgi che da un volume all’altro, da un romanziere all’altro, cambiano ovviamente i personaggi, le trame e le ambientazioni. Non lo stile, però. Che anzi (tutto a base com’è di frasette secche secche composte solo di soggetto, predicato verbale e complemento) resta puntualmente e ossessivamente quello, col risultato che hai di continuo l’impressione d’avere per le mani sempre e ineluttabilmente lo stesso autore. Un simile appiattimento (che non esito a definire brutale) della creatività linguistica e sintattica degli scrittori, si deve alla logica di mercato tipica delle case editrici maggiori, secondo cui i lettori non sono che una massa di pigri analfabeti, allergici sia agli incisi che ai periodi articolati. Sentendomi così apprezzato e stimato, io, come lettore, ho deciso –e già da tempo– di ignorare sistematicamente gli editori principali, per dedicarmi a quelli minori o addirittura locali. Ecco perché ho sviluppato l’abitudine, ogni volta che entro in libreria, di scartabellare esclusivamente (con cura, attenzione e a lungo) negli scaffali più nascosti o remoti: infatti è lì che si celano (di tanto in tanto) le opere vere, ossia pubblicate da gente che si sforza di dire la sua in maniera originale, diversa e personale, senza mai abbandonarsi alla paratassi epidemica e virale, “ordita” e “sintetizzata in laboratorio” dai colossi della carta stampata. Insomma, morale della favola, un buon libro bisogna cercarlo, scoprirlo, conquistarlo, perché non necessariamente è in bella mostra nei cataloghi di Einaudi, Feltrinelli e compagnia.

Attualmente conduci, su MarateaWebRadioTv, la rubrica (Pod)cast away, mentre su Radio Mir cura, con il giornalista Fabio Sebastiani, il programma BorderLines. Versi di confine. Ci parli di queste esperienze?

Con Fabio Sebastiani, ex caporedattore del quotidiano «Liberazione», ho intervistato i poeti italiani residenti all’estero, indagando accuratamente i loro legami con la cultura d’origine e quelli instauratisi coi Paesi d’adozione; invece per MarateaWebRadioTv, l’emittente digitale più ascoltata della Lucania, ho recensito libri poco noti, declamato, improvvisandomi attore, i versi di autori semisconosciuti e persino composto piccoli brani musicali, seguendo le regole dell’armonia tonale settecentesca.

Concluderei leggendo, da Manto di vita, le tre poesie accomunate dal titolo generale Frammenti.

 

Il buio sorge presto dalle mie parti

e il giorno scompare come nebbia della notte.

 

***

 

Le stelle digrignano in cielo.

Vento che straripa dal buio:

quel gorgo è una solitudine

che si tuffa nel mio corpo.

Il vento si accartoccia nel respiro,

sommerge la notte

in un intrico di notti.

Ma è un coriandolo

questa città

in mano al vento!

 

***

 

Un sorriso affacciato alle labbra

e il cuore trema

come una foglia

appassita,

caduta

timidamente

da quel sorriso.