La provocazione sublime della poesia lanciata da Radio svolta

Radio svolta (https://radiosvolta.it/#1614357628896-693eb3c6-f9be3fb8-980d) è una web radio che ospita, fra altre sfiziosità, una molteplicità di interessanti podcast. Fra essi "Un giorno di poesia".

L'episodio del 17 settembre 2023, a cura di Fabio Sebastiani (che, con Luciana Raggi e Maurizio Mazzurco, è coordinatore del gruppo "La poetanza"), attraverso una trentina di poete e poeti in reading, ha affrontato alcuni temi: la metropoli, la natura, la metapoesia.

La poesia per me rappresenta una condicio sine qua non esistenziale. E spesso l'interesse che mi provoca la parola altrui viene spontaneamente incanalato nella poesia. Quindi, durante la fruizione del reading (cui ho partecipato con due componimenti – e per questo ringrazio Sebastiani dell'invito: Tu-città e Verso libero), ascoltare l'altro che porge i propri versi mi ha portato a esprimermi io stessa in versi. A volte è stata una risposta ai concetti comunicati, a volte una metafora suscitata dall'originalità di un ritmo, altre invece la considerazione nata da un lemma solitario.

Qui di seguito i quattro componimenti nati dalla sublime provocazione della poesia.

 

Al mezzo

 

C'è

chi di città vive

e chi

di città

muore.

Io sono al mezzo:

architetto delle sonorità

e cagnuolo

che segue, mesto, il feretro.

 

 

Sguardo

 

È sciroccale

il-mio-sguardo-tuo,

città.

Un'accusa al mancamento,

all'uscita di quelle scarne note

dalle finestre

in inverni instupiditi.

 

Ma il corvo, la civetta…

Ascoltali. Io

lo sto facendo.

È uno squagliarsi al sole,

il nostro udito

che guarda oltre

e non vede, non trova.

Occhi che odono nulla

se non la sclerosi

di ricordi che non sapevamo

neppur d'avere conservato.

 

È sciroccale

il-tuo-sguardo-mio,

città.

 

 

Pesci

 

I pesci fluttuano

nella città sommersa.

Conto

quanti siamo

a boccheggiare.

 

 

Viavai

 

al tempo delle case

che si costruivano

un mattone dopo l'altro,

delle case che fiorivano con la lentezza

della lungimiranza, sapienti e solide

 

a quel tempo immergevo la punta dei piedi nella terra

da poco arata

o correvo

verso le fragole

e il ciliegio.

Il mondo era lontano e illimitato

 

poi gli anni, le case allevate nella fretta, le città

che contendevano il primato

all'acacia e all'erba nata a bordo strada

 

infine

la parietaria

che si contenta

di muri sbrecciati

da cui osserva

il rombo della moto, la sirena dell'auto di pattuglia, il monopattino, lo scontro fra bande di vetture.

In un via vai

che non comprende

 

 

Homo

 

A volte

ho camminato sul sole

e mi sono nascosta dietro il seme del libocedro.

È stata una sublimità

lasciare il selciato

e non affondare i tacchi nel catrame.

A volte ha potuto succedere. Soltanto a volte.

Ho dovuto infatti chiedermi:

quo usque tandem, homine…?