L'installazione con il suo autore, nell'ambito della rassegna della microeditoria di Chiari (Brescia), dal 3 al 5 novembre 2023. © Foto Morfoedro. |
Nel 2020 ha visto la luce alla Fabbrica del Vapore di Milano, per poi itinerare.
Sto parlando di Sette sirene, installazione interattiva con sculture, canti e racconti di Tommaso Correale Santacroce.
Affascinante, decisamente affascinante.
Il suo ideatore la racconta volentieri a tutti coloro che si aggirano fra le otto teste in terracotta e materiale plastico stampato in 3D, fissate su piedistalli: sette parlanti e una ascoltante. Le prime sette raccontano e cantano; l’ottava è "una sorta di tromba-microfono", come la definisce l'autore: appoggiandovisi i visitatori possono registrare la loro voce. In specifici orari le prime sette teste canteranno, racconteranno e ripeteranno i messaggi lasciati dai visitatori stessi.
Per me è stato quasi un rito ancestrale, l’aggirami senza aspettative fra le statue. Sono capitata nell'ora in cui le voci dei viandanti prima di me venivano restituite a noi, altri viandanti. Mi sono posta in ascolto delle loro presenze sonore (canti, parole, risate, balbettii, sospiri) e ho lasciato la mia. E sono state premiate le mie non-aspettative perché l'ascolto lontano da intenzioni ha sollecitato il mio dentro, arricchendolo di nuove trame emotive.
Sette non sono solo le sirene-scultura installate, ma anche i racconti del libretto di Tommaso Correale Santacroce - che ha lo stesso titolo dell'installazione -, i cui protagonisti sono latori di una storia che reca tensioni, sofferenza, lotta, umana pietas, solidarietà, percorsi di redenzione. Ciò che collega queste storie è un canto o una presenza o un accadimento: l'acqua, la folla, la violenza subita.
Se, in cinque casi, di canto si tratta, negli altri due siamo di fronte a un canto che ha assunto una diversa forma di manifestazione.
Di Lia: il canto sommesso che, da segnale sonoro di sopravvivenza, si fa cantico di speranzosa attesa.
"[…] i miei passi arrivarono fino a qua, un posto di salvezza, dove potere ancora fare il canto e attendere Pani, perché Pani mi ritroverà."[1]
Di Lana: il possente canto che ha un effetto lenitivo.
"Le processioni si aggrappavano a lei […]"[2].
Di Mina: il canto atto a paralizzare il male.
"[…] lei cantava forte e la sua voce congelava i movimenti, stordiva i pensieri […]"[3].
Ancora: quello della ragazzina che si mette a cantare - perché sa che qualcuno apprezzerà - sotto le finestre della cittadella in cui i vecchi vengono portati "a finire la vita"[4].
Quello del bambino salvato da Piro, il cui pianto da gocce si ingrossa fino a divenire "ruscello inestinguibile" e legittima - nella sofferenza - un suo simile[5].
Quello che, in Giro, non è canto ma parola, racconto, che, intrattenendo, chiama all'adunata e al sodalizio.
"Poi Giro riprese la parola e fu festa."[6]
Quello di Beto, infine, che definiremmo un canto muto perché sono le sue oneste azioni a parlare e ad attrarre il bene, mai - fortunatamente - sepolto.
"[…] il suo vicino era già per strada con addosso l'inarrestabile urgenza di riportarlo a casa."[7]
Sette personaggi che, apportatori di pace e promotori di mosse verso la consapevolezza, fanno quindi da contraltare alle sirene le quali, spogliatesi delle loro vesti mitologiche, indossano quelle della nostra cruda attualità per porre in atto malefiche incantagioni a danno dei deboli.
Ma perché questo "doppio"? La ragione è sottile.
Siamo palesemente di fronte alla contrapposizione fra il Male a noi esterno ed estraneo e il Bene che tentiamo di rappresentare con il nostro operato. Eppure v'è dell'altro. In ognuno di noi esiste un po' di Jeckyll e un po' di Hyde, c'è una mano distruttiva e una che si porge. Sta a noi giungerne a coscienza, penetrando sotto la maschera che la ragione ha costruito per farci apparire altri agli occhi di noi stessi; instaurando un dialogo intrapsichico con questi yin e yang (e con tutte quelle parti che, di noi e in noi, di volta in volta, assumeranno sembianze ignote) per approdare a un’integrità che - non scevra del Fragile e del Gracile - rappresenta il nostro bilanciamento, la nostra centratura; rifuggendo da ogni facile reificazione, perché la verità della sofferenza risiede nello squisitamente umano.
Che il nostro canto sia dunque e proprio e sempre “Homo sum, nihil humani a me alienum puto”.
[1] Tommaso Correale Santacroce, Sette Sirene. Installazione interattiva con sculture, canti e racconti, Milano, s.e., 2020, p. 15.
[2] Ibidem, p. 36.
[3] Ibidem, p. 31.
[4] Ibidem, p. 65.
[5] Ibidem, p. 52.
[6] Ibidem, p. 61.
[7] Ibidem, p. 23.
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