A Vera che ha di Gloria Chiappani

Il poemetto A Vera che ha.

Catania, Edizioni Akkuaria, 2005

A Vera che ha è una raccolta di suggestioni che Gloria Chiappani ha scritto e pubblicato per Edizioni Akkuaria nel marzo 2005. Ma prima di accingersi a questo raffinato lavoro, si era addentrata ne Il Labirinto, un’opera web di Vera Ambra, Nicoletta Poli e Vincenzo Rezzutti.

Un semplice gioco, per quanto intricato? Una sfida? Forse entrambi, se intendiamo che la vita ha comunque il suo volto giocoso, ma incessantemente ci pone di fronte a un bivio o addirittura un quadrivio, la sfida più arcana affinché ognuno di noi possa mettere in atto il proprio libero arbitrio. Vivere è compiere a ogni passo una scelta di direzione, il presupposto più sano per avanzare nella conoscenza del proprio esistere.

E se per Gloria è stata una sfida entrare ne Il Labirinto, lo è diventata anche per me accedere all’impianto della sua pubblicazione. La mia chiave è stata procedere al contrario, iniziando dallo studio matematico di Alexandre Rodichevski, dedicato alla struttura ipertestuale delle pagine HTML delle quali è composto Il Labirinto. Lo studioso ha calcolato la frequenza teorica d’accesso alle pagine mediante la costruzione di un grafo orientato e l’ha resa visibile attraverso una tabella e un grafico, secondo la metodologia dell’indagine statistica. Qui ho appreso i nomi delle pagine, tratti da sapienze antiche. Significative, ad esempio, Sol Philosophorum e Luna Philosophorum con una frequenza media di visita; Il Leone Verde, La Regina, Spirito, Aria e Terra, invece ad alta frequenza d’accesso; ed infine Mercurio, Binah, Chokmah, Risveglio e Labirinto a bassissima frequenza, quasi inaccessibili.

Procedo ancora all’inverso e mi soffermo sul POETICO DELIRIO ALLA SECONDA FRUIZIONE DE Il Labirinto da parte ora di Gloria. In questa decina di pagine mi lascio trasportare dalla stessa fascinazione che ogni architettura labirintica – materiale o mentale – continua ad esercitare su qualsiasi visitatore. Innanzitutto, varcarne la soglia è riconoscere l’atavica paura di non trovare la via d’uscita e d’incontrare la parte più mostruosa del nostro io: il minotauro che sbrana, non tanto l’essere, quanto l’esistere. Gloria scende tutti i gradini dell’angoscia, come fossero gironi danteschi; si scontra e inciampa in pareti invisibili o imprigionanti, appellandosi ai sordi lamenti di un Amleto folle dei suoi fantasmi. Tenta, ritenta, si immerge nelle viscere come un vagabondo alla ricerca del sole con cui stringere l’antica alleanza. E incontra la luna, che le fa scrivere quattro versi elegantissimi:

Chissà cosa dicevano

le pietre lunari

che le mani hanno posto

al collo lungo di Rosédra.

La luna con le sue pietre, di cui nessuno può fare a meno, perché simbolo di ogni grande quesito esistenziale, quel

metaforico quadrato

dove si combatte

con i guantoni della sfida.

A pensarci, la luminosità vivissima del sole permette all’essere di esistere, ma la luce riflessa della notturna luna fa sì che il già esistente si ponga le domande più profonde.

Ed ecco la Terra, uno dei quattro elementi cari ai primi filosofi greci, qui vista come certezza di morte dell’essere, ma anche come speranza della sua rinascita attraverso un moto dell’animo che guarda in avanti e butta tutto alle spalle per non cedere all’angoscia. Ed ecco anche l’Aria, il Fuoco e l’Acqua con altri versi di rara bellezza

Le creature dell’aria

hanno magnificato,

viaggiando a ritroso nella memoria,

gli elementi.

 

Il papavero

scioglie il suo colore

nella passione

di grembo accogliente e tentacolare al tempo stesso.

Sentendo così mio e nostro questo fiore infuocato, vorrei sottoporre al lettore tre brevissimi versi del cardinale José Tolentino de Mendonça contenuti nella sua raccolta A noite abre meus olhos, Poesia reunida, Porto, Assírio & Alvim, 2014:

Quando si è estinto

il rosso del papavero

è rimasto vuoto il giardino.

Il papavero, fiore semplicissimo, richiede di non essere reciso, ma lasciato sul campo o sul ciglio della strada per dischiudere tutto il suo rosso al nostro immaginario…

Riprendo l’elemento dell’Acqua con altri tre versi di Gloria:

Dormienti seni

le mie esistenze parallele,

per nutrire in silenzio sottacqueo l’universo;

e con un incipit

Vera dipinge un mare verticale

[…].

Il silenzio sottacqueo e il mare verticale – quasi l’impossibile sezione della massa d’acqua ‑ sono immagini che si espandono in cerchi sempre più ampi e sonori ad ogni successiva lettura e pronuncia. Merita inoltre che io citi in chiusura del Poetico Delirio il componimento XXVII:

Ho macchiato l’apnea

di fluttuazioni azzurre.

Macchie rosse (questa è la divina variazione)

sulle fluttuazioni azzurre dell’apnea.

Gloria, come qualsiasi altro visitatore de Il Labirinto, ha tenuto il fiato sospeso dall’inizio alla fine dell’asperrimo cammino. Ma in lei è avvenuta la sublime contaminazione dell’umano con il divino; ed è per questo che ogni sua parola si è tramutata in poesia.

Ora invece ricomincio da capo, ritorno al Prologo, dopo aver compreso che le Sessanta Suggestioni, appartenenti al DIARIO D’UN LABIRINTICO VIAGGIO, saranno oggetto di una mia riflessione futura; ma calma, pacata, fluida nel tempo e a tracolla nella mia borsa, proprio per non perdermi e inciampare nelle invisibili e imprigionanti pareti di cui anche la fretta è larga dispensatrice.

E qui mi soffermo sul primo componimento:

Con Vera

ci siamo parlate a lungo in sere accanto al fuoco.

Vera

ha sapore di miti nella voce

e nelle mani preci ad Atargatis.

Di nuovo compare l’elemento Fuoco come compagno dei loro lunghi discorsi, durante i quali l’autrice dell’opera web diventa lei stessa Atargatis, la dea-sirena, la voce dei mille e mille miti che hanno aiutato l’umanità a trovare una spiegazione alle incognite dell’esistenza terrena.

Infine mi trattengo in estasi davanti al secondo componimento:

E ricordo Rosédra, la Sciantosa

Rosédra, seta di notti estive

- tanto ho scritto di lei

fuggita con pietre lunari nelle mani!

Questa figura femminile sconosciuta ‑ al contempo luna fuggitiva e papavero di seta ‑ è, insieme a Vera, Sol e Luna Philosophorum, le due luci alterne che hanno illuminato Gloria nel sofferto cammino del suo labirinto.