La benda (Tiresia)

Vedi? Le femmine non conviene tenerle a lungo. Usarle e gettarle subito, conviene, sennò ti si appiccicano che lévati. Già. Dici loro: Adesso basta, è finita. S'immobilizzano e ti guardano fingendo d'aver capito male. Poi passano all'attacco. Certe lo fanno con isterismi, ma qui basta lasciarle sfogare che poi se ne vanno. Le più fastidiose sono quelle che prima attaccano con lo sguardo. Pronte a qualunque sguardo pur di trattenerti: basito, doloroso, supplice. Poi attaccano con le parole: giù a mendicare senza più dignità. Con queste devi giocare d'astuzia. Fingi dapprima d'essere irremovibile poi simuli la concessione d'una proroga: crederanno d'aver vinto, che ti tratterranno e sarà per sempre. Ma dopo un po' tu le molli del tutto dicendo per esempio no guarda pensavo che questo rapporto fosse importante per me ma mi rendo conto che è solo avventura. Panzane del genere. Quelle si straziano, fanno ancora un po' di commedia ma poi se ne vanno e sei finalmente libero. Già, proprio una razza infesta! Se almeno si lasciassero usare come - che so - le galline che dopo stirano soltanto le ali stropicciate senza neppure voltarsi. Invece no. Prima le devi lavorare per bene (rendere omogenee e accondiscendenti come un impasto da dolci, facendo credere che si resiste a fatica e che se cedi è per sempre). Poi devi stare attento agli effetti collaterali. Non devi lasciarti impaniare. Cioè, non credere tu pure che la ragnatela che quelle chete chete han tessuto abbia un potere reale. Se credi cedi e se cedi ti impani.

Io non odio le femmine perché ho ceduto, ma perché ho vissuto femmina anch'io, e questo cambiamento di stato divenuto esperienza nel ritorno m'ha tolto la spensieratezza dell'abuso. In fondo è come aver creduto alla ragnatela.

Se non avessi oltrepassato il fiume per giungere all'altra riva, è probabile che le femmine per me sarebbero rimaste un'essenza, un mistero. Mi avrebbero attratto. Affascinato, se vuoi. Non avrei forse mai neanche pensato alla pania. Ma c'è sempre uno scherzo in agguato. "Latet anguis in herba". Ho dovuto assistere (vedere come per la prima volta senza benda e capire che c'è sempre stata la benda) alla prevaricazione del sesso per spingermi oltre il fiume e violare il mistero. Sai, è stata una folgorazione. Non ti so spiegare, ma quei due serpenti avvinghiati m'hanno trasformato senza preavviso in un altro da me. Sono uscito da me stesso, capisci? È come se fossi donna e provassi l'abuso del mio corpo senza poter lottare. Subire, come il campo la battaglia. Alla fine c'è qualcuno che si gode la vittoria e altri sanno la sconfitta. Perdenti, va bene, ma almeno una sensazione di sé ce l'hanno. Il campo no. Ha subito. È stato abusato e non ha diritti: solo l'indifferenza. Guardando affascinato i serpenti ho percepito l'abuso, la prevaricazione. Un'originalità, insomma. Allora ho diretto i miei passi verso il fiume, e oltre il fiume ho camminato a violare il mistero. Quando ero uomo davo ragione a Zeus, ma d'oltre il fiume - da donna - ho steso a Hera la mano. Troppo tardi comunque: Hera m'aveva già chiusa nel buio. Nel buio tessevo anch'io ragnatele. Da cieca, da donna. Da una che non sa la potenza, la forza, la lotta, la gloria della preda conquistata e goduta. Avevo tutto scordato. Da uomo cacciavo, da donna ero preda. Cieca preda. Tessevo i fili del ragno. Ma tessere è solo illusione. Ti dici: l'amaca è pronta; ecco è vicino la guarda la tocca cede s'impania lo prendo. Ma la presa sei tu. L'uomo ti lascia credere d'essere scaltra e attiva per averti più presto e con totalità: senza rimasugli da cui rinascere, senza che tu tenga nulla per te. Nemmeno ricordi perché potresti servirtene per reclamare diritti o supplicare pietà. Invece l'uomo ti rende così amaro e inutile il dopo che preferisci vivere senza memoria. Una disfatta completa, irreversibile. Una deflorazione. E io le ho subite tutte, le ragnatele. Le ho tessute e sentite tutte. Le mie e quelle delle altre compagne. Sentite tutte, subite tutte. L'orgoglio d'una rivalsa a cui finalmente puoi credere, che si sfrangia in sottomissione, in harem, in prigionia. Sgretolamento.

Dopo anni ho risentito i serpenti. "Latet anguis in herba". Lo scherzo in agguato. Non l'ho visto prima, vedendoci, figurati se ora, da cieca, potevo vedere lo scherzo. Ho inciampato i serpenti e la folgore ha di nuovo colpito. Ho riavuto in me quello che di lotta forza potenza avevo scordato. Ho ripreso il mio sesso, ho ripreso la vista. Ma la benda non è calata sugli occhi. Ormai so il mio doppio. So l'abuso, ma non è più spensieratezza. Per questo odio le femmine, perché sono stato femmina anch'io e so cos'è - tu cieca - farti culla d'occhi altrui. Credere occhi d'amore occhi che senti fin nelle viscere occhi che è come li vedessi che sembra ti diano la luce. Farti a culla il dentro. Vivere sotto le voci della penombra. Attendere il ritorno del guerriero sotto veli senza parlare senza tremare. Sapere il tuo guerriero alle fatiche (gola riarsa labbra secche voce in scaglie membra stanche armi sudate). Il tuo guerriero. Spogliarlo dalla lotta e custodire le sue reliquie d'occhi nella culla di dentro. So cos'è - tu cieca - credere agli occhi forti del guerriero (gli dai unguenti ti dà luce) e deflorarti di certezze scoprendo sopra la scure gli occhi del boia.

Da uomo non si sa che le donne sono cieche di fedeltà e d'attesa.

Ma ora che so, come posso abusare fingendomi senza memoria?