Jeu

Magro e alto. Molto alto. Loro due, invece, relativamente bassi. Per l'età e perché un po' curvi. Sui settantacinque, mentre lui sulla trentina. Figlio tardivo oppure lui sui trentacinque non dimostrati e loro sulla settantina portati male? Nipote non credo, perché, per la vaccinazione, la struttura accoglie i giovani solo se conviventi con o assistenti di persone definite estremamente vulnerabili.

Lui sembra freddo e distante. Oppure è semplicemente efficiente e non fa trapelare emozioni eventuali.

Li accompagna verso due sedie, collocate a distanza, come richiede il protocollo di sicurezza. Il padre precede la propria moglie, si avvicina alla sedia di sinistra e la sposta accanto a quella che occuperà lei: quasi si toccano. Lei si siede e, subito dopo, lui. Il figlio resta in piedi accanto a loro.

Faccio notare la tenera manovra a mio marito, che sorride.

Ognuno seduto sulla propria sedia, mia madre novantaquattrenne legge Frammenti di Blaise Pascal, con testo a fronte, a cura di Enea Balmas, Biblioteca Universale Rizzoli e mio marito, come me cinquantanovenne, Hyperion di Dan Simmons in versione ePub. Due età, due mondi.

"Signora, complimenti!"

"Perché?"

"Be', 94 anni e così lucida! Sa quante persone, anche più giovani, vorrebbero essere come lei?"

"Ma io sono piena di acciacchi: cervicale, insufficienza venosa, artrite, glaucoma…"

"Signora, però ha anche 94 anni!"

"Appunto!"

"Ed è lucida. Ho molti pazienti – e ben più giovani di lei – che non sanno neppure come si chiamano."

"Almeno non si rendono conto e vivono bene! Sa quanto ho patito, nella vita, io? Quante me ne sono capitate? Vorrei che provasse un po'…"

Ogni volta che un medico (quello di famiglia, l'angiologo, la guardia medica, l'oculista, il dentista e ora anche il medico vaccinatore) le fa notare che dovrebbe provare gratitudine per il suo stato mentale e, nonostante tutto, fisico, lei inizia la sua filippica.

Ci siamo appena vaccinati tutti e tre e ora attendiamo per un quarto d'ora l'eventuale insorgenza di reazioni allergiche. Io sto in piedi fra la sedia di mia madre e quella di mio marito.

Lei ha alzato gli occhi dal libro per chiedermi se il quarto d'ora è già trascorso. Non ancora. Lui ha smesso di leggere e io mi sono fatta accanto. Ha gli occhi lucidi.

"Hai la febbre?"

"No."

"Hai qualche reazione allergica?"

"No."

"Ma hai gli occhi lucidi!"

Mi allarmo.

"Sono emozionato."

Mi intenerisco subito. Si emoziona spesso nelle situazioni più impensabili.

"Perché?"

"Non lo so."

Quando si emoziona, non sa dare un nome a ciò che prova.

"Non vi vedevo più…"

"Tu hai fatto più in fretta: noi eravamo in due. Eri preoccupato?"

"Non credo."

"Allora per quale motivo sei emozionato?"

Ne abbiamo parlato: lui accetta che io lo aiuti a capire che cosa prova.

"Finalmente, si intravvede l'uscita dal tunnel. Penso che sia per questo."

Eh, già. Ricordo quando (mio Dio!, è quasi trascorso un anno e mezzo dalle prime notizie della comparsa del coronavirus nella metropoli cinese di Wuhan) ascoltavamo il telegiornale: un bollettino di guerra. Morti su morti su morti e l'incoscienza di chi non rispettava le regole e la rabbia verso i negazionisti. Panico, angoscia, prostrazione, il buio, la paura quando udivamo le sirene di un'autoambulanza, la sensazione che saremmo morti noi e lo sarebbero state le persone a noi care. Notizie parziali e/o contraddittorie: il virus risparmia i bambini, anche i bambini si infettano; è sufficiente la distanza interpersonale di un metro, servono almeno due metri, no tre, no sei, no uno e mezzo; quando viene a contatto con la carta, lì il virus vive tre giorni, vive di più, forse nove, ma non si sa esattamente; le mascherine FFP3 sono inutili, anzi peggiorano le cose, le FFP3 sono le più protettive; obbligo dei guanti di lattice, i guanti di lattice favoriscono la diffusione del virus. Quando si incrociava qualcuno, si aveva quasi paura a guardarlo: magari un monatto. Lavaggio spasmodico di mani (su cui si aprivano spesso piccole ferite sanguinanti), superfici, vestiti e di tutto ciò che era suscettibile di disinfezione. Mascherine (quando sono finalmente riapparse in vendita: per un mese ho usato l'unica FFP1 che possedevo), guanti, anche la visiera in alcuni casi. Fatica a respirare, occhiali appannati, fatica a lavorare con i guanti. E poi telelavoro, distanza, isolamento.

E le strade deserte, quando, nel 2020, l'intero territorio italiano venne dichiarato zona rossa e tutte le attività produttive si fermarono, i bar, i ristoranti, i negozi di merce non essenziale vennero chiusi assieme a palestre, teatri e luoghi di intrattenimento. Strade deserte e silenzio totale. Irreale. Sembrava un periodo di guerra durante il coprifuoco.

Mezz'ora in bicicletta per raggiungere il luogo di lavoro: nonostante la mascherina, riuscivo a percepire l'aria libera dai gas di scarico dei veicoli. Sarà l'unico aspetto che mi mancherà, quando (se) usciremo dall'incubo: un sussulto di aria pulita, strade sgombre, orecchie a riposo. Pensavo. Poi, al termine della prima zona rossa nazionale, siamo tornati a percorrere le strade e io – figlia del mio tempo infestato da inquinamento ambientale, uditivo, visivo – mi sono immersa nuovamente nel caos dell'esistenza pratica e ho dimenticato silenzio, deserto, pulizia… Forse perché irreali, perché conseguenza di un jeu de massacre crudele e inaspettato.

Anche gli uffici erano semideserti e si riceveva (è ancora così) il pubblico esclusivamente su appuntamento. Misurazione della temperatura, gel disinfettante per le mani, plexiglas fra impiegato e utente (uno alla volta) e fra impiegato e impiegato: pure questo è ancora così. Facevamo i turni, per evitare l'assembramento. Nel nostro ufficio eravamo in quattro: due tenute a casa per mesi in quanto soggetti particolari, l'altra collega e io presenti una settimana ciascuna. Sola, scoprii per la prima volta che il mio computer era dotato di una scheda audio e che il ricevimento di un'e-mail era accompagnato da un flebilissimo suono di notifica. Non l'avevo mai udito. Ora sì. Impressionante. Come impressionante era sentire i rumori di sedie spostate nell'ufficio al piano di sopra. Di solito: squilli di telefono spesso senza soluzione di continuità, impiegate che parlano contemporaneamente (al telefono, allo sportello, fra loro), conversazioni in viva voce, lunghe file di pubblico con bambini a volte piangenti a volte capricciosi a volte ciarlieri a volte videogiocanti con volume sostenuto, rumorose stampanti a getto d'inchiostro, fotocopiatrici, persone che entrano ed escono, che se la chiacchierano fra loro, pause merenda con chiassosità e risate al seguito.

La prima volta che vidi, appesa a un balcone, l'immagine di un arcobaleno con la scritta "Andrà tutto bene", mi emozionai fino alle lacrime. La credetti iniziativa di una persona o di una famiglia e avvertii nel profondo il senso della solidarietà: ci siamo tutti dentro. Forza, teniamo duro. Nei giorni successivi incontrai altri cartelli uguali e mi resi conto che si trattava di un forma modaiola per farsi coraggio. Pazienza: l'emozione provata, a distanza di tempo resta e mi incoraggia a cercare la parte buona dell'essere umano.

Il telegiornale si occupava esclusivamente del virus; null'altro al mondo: solo la pandemia, solo la morte.

Quando era ancora confinato in Cina, il coronavirus, faticavamo a ricordare lo strano nome della malattia che causava. Poi non ce lo siamo più dimenticato: Covid-19.

Egoisticamente, senza palesarlo, ma tenendolo bene confinato in noi stessi, pensavamo (con un senso enorme di pietà per loro, certo): Non sta toccando a noi. Poi la valanga e il cambio di prospettiva.

A un certo punto mio marito non ha più voluto ascoltarlo, il telegiornale. Ha ripreso quando la zona rossa ha dato i primi frutti: meno morti, qualche timida riapertura delle attività produttive. Me lo ha ricordato ora, quando si è emozionato.

"Sto invecchiando."

"Perché?"

"Perché è stata un'emozione incontrollabile."

"Ma spesso ti emozioni e piangi."

"È diverso: adesso è stata incontrollabile."

"Forse perché da qualche tempo hai cominciato ad ascoltarle, le tue emozioni, a cercare di capirci qualcosa."

"Non so… Non credo. È perché ci siamo vaccinati ed è una liberazione. Ti ricordi che non volevo più ascoltare il telegiornale?"

"Sì."

"È una liberazione non solo mia o di noi tre, ma di tutta l'umanità. Questa è la mia visione."

Lo abbraccio, gli accarezzo il volto. Tira fuori dalla tasca il fazzoletto, si scosta la mascherina dal mento e si soffia discretamente il naso. Poi emette un sospiro. Di liberazione.

Quindici minuti sono trascorsi: nessuna reazione allergica. Mio marito esce verso il parcheggio per avvicinarsi con l'auto ed evitare a mia madre un pezzo di strada. Lei e io ci incamminiamo lentamente verso l'uscita. Un addetto della Protezione civile si avvicina: "Attenta al gradino, cara. Poi, tranquilla che c'è lo scivolo. Piano piano, mi raccomando, senza fretta." È un omone delicato e ha la dolcezza nel sorriso. Ricambio quella dolcezza e lo ringrazio. Ci segue con lo sguardo.

L'ultimo passo e fine dello scivolo.

Odo la sirena di un'autoambulanza e la vedo spuntare.

"Attente, che l'autoambulanza parcheggia qui."

È un altro addetto della Protezione civile che si rivolge a noi. Ci spostiamo.

"Vieni, andiamo verso la nostra auto."

"No, io voglio vedere: sono curiosa!"

Gli ambulanzieri tirano fuori la barella vuota.

"La barella è vuota, vedi? Prima una signora ha avuto una reazione allergica e quindi è stata chiamata l'autoambulanza."

"Ah, sì?"

"Sì. Dai, adesso andiamo, Plinio!"

Sorride, poco convinta di lasciare il Vesuvio in eruzione.