L’autrice si mette a nudo parlando di una delle esperienze più forti: l’accompagnamento alla morte della propria madre. E ponendo all’evidenza come l’uso terapeutico della parola poetica (nel suo caso, la scrittura di una silloge) possa aiutare ad alzare lo sguardo e a riprendere il cammino.
La poesiaterapia, dunque, sa mettere, nel dolore, radici che curano.
Anna Bazzo Moretti, mirabile poetessa, ha letto l’articolo e per Morfoedro.art ha scritto l’analisi che segue.
Sono entrata nella stanza delle nudità di Gloria. Ho letto volte e volte le nove poesie da lei proposte quale sintesi della sua corposa silloge #martellamenti ; e sono salita anch’io sulla navicella che l’ha trasportata nelle acque perigliose dell’oppressione fino alla presa di coscienza e da quest’ultima a un sentimento pulito, nitido di accoglimento del dolore per la morte della madre e di accudimento di se stessa nel cercare di dare un senso ai fili aggrovigliati di cui era colma la stanza materna.
Tempo per chiudere la porta di quella stanza, tempo per aprire la propria, entrarvi e mettersi a nudo. Non è cosa di tutti.
Verrebbe istintivo rivestirsi di corazze o rivelare i nostri drammi a qualsiasi anonimo s’incontri per strada. Gloria invece si è servita del suo linguaggio poetico - sommesso, delicatissimo, tremendo, audace - per fare un percorso di purificazione scendendo tutti i gradini del suo “battistero” per sopportare il sott’acqua abissale e poi risalirli uno a uno e liberamente asciugarsi, non più soggiogata dalla “fatale aureola” della madre: quella nebbia che l’aveva inghiottita, quelle mani che si erano strette intorno alla vita rendendole difficile fin anche il respiro.
L’istinto dei nati è quello di farsi un ideale della madre; il difficile - e quasi irraggiungibile - è reagire in modo positivo all’inarrestabile affievolirsi delle sue virtù dinanzi al dilagamento della malattia psichica. Nelle sue poesie Gloria lascia fluidamente trapelare sentimenti di rabbia e di costernazione, smarrimento, adattamento e - in un crescendo molto poetico - di splendori e misericordie. E lacrime, la preziosa acqua che ha bisogno di risalire dalle nostre sorgenti più profonde. L’inizio della sua cura è stato prepararsi all’inevitabile, rispondendo con il suo incessante “sono qui” alle richieste mute della madre: i suoi occhi, le braccia - ossute piene di lividi e rossori - intorno al collo, il silenzio accanito che aveva invaso ogni volume della stanza. E poi non domandandosi più il perché di tanta devastazione accudendo la fatale aureola, lo sguardo materno che tanto assomigliava agli occhi supplici di un cane che chiede di non essere abbandonato. E via via attendendo i minuti, i giorni non dormendo, sperando - anche naufragando. Infine il coraggio di togliere le fotografie della madre e del padre per restare sola, per capire la cosa che sarà. Quale cosa? se non una nuova disposizione alla vita, un lasciarsi alle spalle le tante memorie ancora portatrici di tortura e non di cicatrizzazione di ferite e fratture.
Commozione purissima il saluto ultimo tra la figlia e la madre senza alcun addio e neppure un arrivederci - come niente fosse, come se nessuna delle due veramente sapesse o invece, per pudore vicendevole, volesse trattenere la sonorità del distacco. Che sia una cosa d’amore, questa? Posso unirmi a Gloria nel dire che è la cosa suprema che sarà.