16 aprile 2024
Qual è, fra la molteplicità delle sue competenze, quella che sente più feconda? O tutte dialogano compenetrandosi?
Nel corso degli anni ho studiato varie tecniche e, nel tempo, ho acquisito i mezzi per poter liberare con maestria la mia espressività. Il sentimento e l’amore per l’arte (qualunque arte) possono essere innati, tuttavia occorrono esercizio quotidiano e anni di studio per poter affinare la tecnica e giungere a una padronanza del mestiere, indispensabili per esplicitare il messaggio che l’atto creativo vuole dare. Certamente la calligrafia conduce su binari precisi poiché l’armonia e la bellezza sono garantite da regole ben precise: è necessario avere la capacità di visualizzare le forme della lettera nello spazio già prima di tracciarla, in modo che tutti i segni siano reciprocamente armonici. Quando invece uso altre tecniche come grafica, pittura, incisione, fotografia e digital art, godo della massima libertà d’espressione.
Unire la calligrafia e la carta fatta a mano porta spesso – nonostante la gradevolezza del risultato - a esiti scontati. Come si possono legare artisticamente quei due mondi in modo non banale?
La carta a mano, materia preziosa, che da più di sette secoli gode di un prestigio e di una fama mondiale, si sposa con il mondo calligrafico. È compito dell’essere umano non rendere banale questo legame. Quando la mano del calligrafo diventa il prolungamento del suo cuore e della sua sapienza, ogni manufatto sarà unico e irripetibile, esaltando così il processo sia tecnico sia artistico. Essere sempre se stessi mettendo la propria anima e la propria personalità in quel che si fa non renderà mai sterili e ovvie le proprie creazioni.
La nostra società impone ritmi frenetici dai quali è pressoché impossibile sganciarci. In fretta vengono scritti messaggi con i diversi dispositivi, spesso senza neppure preoccuparsi della correttezza grammaticale. Come si colloca, in questo quadro, il mondo “lento” e curatissimo della calligrafia?
Oggigiorno, dove a volte si ha addirittura l’impressione di non riuscire più neanche a vivere il presente, proiettati come siamo in avanti, la calligrafia sa per fortuna riportarci alla capacità di dare valore alla bellezza e al dettaglio. Non è un caso se artisti e matematici del Rinascimento avevano applicato proporzioni geometriche ed equilibri classici alle lettere. Mentre si esegue questa pratica così affascinante, calandosi in un’altra dimensione, è giocoforza stare in un ritmo rallentato: ogni traccia e ogni segno seguono regole precise; il pennino dolcemente poggia sul candido supporto cartaceo emettendo il caratteristico graffio che si ripete a ogni lettera, a ogni parola vergata.
Sicuramente coltivando la calligrafia, coltiviamo la bellezza. Possiamo affermare che compiamo anche un atto meditativo?
Assolutamente sì. La calligrafia è l’espressione del bello in ogni sua forma. L’etimologa stessa lo rimarca: dal greco καλλιγραϕία, la parola è composta di καλλι, “calli-”, ovvero “bello” e di -γραϕία, ovvero “-grafia”. Quindi è l’arte di tracciare la scrittura in forma elegante e regolare.
Lei ha esposto le sue opere in svariatissime occasioni e luoghi e alcune si trovano in collezioni permanenti. Parliamo dell'evento The time of life al Museo di storia cinese di Pechino. Ce lo può raccontare?
Feci la mia prima esposizione all’età di 18 anni, partecipando con una mia opera alla “Rassegna Internazionale d’Arte Premio G. B. Salvi” della città di Sassoferrato (Ancona), per continuare poi a esporre in Italia e all’estero con personali e collettive. La mostra alla quale presi parte a Pechino, nel 1992, il cui titolo completo tradotto è Il tempo della vita. Il Cavallo di Troia, fu organizzata e curata dal titolare della cattedra di Anatomia artistica dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, il professor Pierluigi Buglioni, assieme alla professoressa Teresa Marasca. In Cina, prima di allora, non era mai stata realizzata una mostra di arte contemporanea con artisti occidentali. Eravamo un gruppo di artisti, molti dei quali giovanissimi, ospitati dal Museo di storia cinese in piazza Tienanmen, uno dei più importanti e prestigiosi musei cinesi. Rimanemmo per due settimane nella capitale e fu un’esperienza indimenticabile. Avemmo un’accoglienza straordinaria: oltre all’affascinante cerimonia del tè, partecipammo a conferenze indette da diverse televisioni locali e anche la stampa locale si occupò di noi.
Quali differenze di approccio ci sono fra la calligrafia cinese e giapponese e quella italiana?
Rispondo alla sua domanda ricordando il manifesto creato per l’inaugurazione della mostra. Fu realizzato da abili calligrafi che scrissero a mano, con estrema eleganza e raffinatezza, su due lunghi striscioni di carta posti a terra. Lavoravano camminandovi intorno e dipingendo le lettere con i loro particolari pennelli (grandi, con l’estremità a punta per facilitare precisione e morbidezza del segno, oltre che per tracciare lunghe linee), tutto in completo silenzio e concentrazione. Per noi occidentali la calligrafia è solo abilità di scrittura, mentre in oriente è una vera e propria forma artistica al pari della pittura. Anche la scelta del pennello è una sorta di rituale poiché con i suoi movimenti si esegue una tensione che esprime il ritmo della vita. Sono sempre stata affascinata da questi mondi nei quali si trova una forte correlazione tra il gesto rigoroso del calligrafo e la sua interiorità. Se prendiamo per esempio l’arte giapponese dello Shodō, termine che, tradotto letteralmente, significa “la via della scrittura”, capiamo come questa non sia una semplice pratica di scrittura bensì una pratica meditativa a tutti gli effetti, dato che già nell’VIII secolo, con l’affermazione del Buddismo, essa iniziò a essere esercitata da monaci e nobili: un calligrafo non è infatti solo un bravo esecutore, ma anche un conoscitore di quella filosofia di vita che permette di veicolare i sui stati d’animo attraverso la scrittura. Vedendo alcuni calligrafi giapponesi all’opera, sono rimasta colpita dalla devozione e dalla spiritualità con cui eseguivano i tratti.
Presso il Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno (Monza e Brianza), nel 2009, ha partecipato alla mostra "Mille artisti a Palazzo. Vetrina d'arte contemporanea", sotto la curatela di Luciano Caramel. Mostra che ha visto la partecipazione di artisti da quaranta paesi del mondo. Come è giunta a questa iniziativa, dove ogni artista poteva esprimere la propria creatività su un supporto di dimensioni prestabilite e uguale per ogni partecipante? Che cosa ha significato per lei essere fra gli artisti di questo sguardo sull'arte della contemporaneità?
Sì: fu un passaparola fra artisti, una sorta di “reunion” virtuale. In quella mostra si raccolsero 1200 artisti italiani ed esteri attorno all’ambizioso progetto dell’architetto Fiorenzo Barindelli. Andò così: mi vidi recapitare a casa un pacchetto contenente una tavoletta lignea di 20x20 centimetri su cui potevo esprimermi con la massima libertà. Partecipai con estremo entusiasmo perché sentivo che, con la mia piccola opera, stavo dando un contributo a una così ampia collezione, che considero una delle più importanti testimonianze dell’arte contemporanea globale del primo decennio del terzo millennio.
Ci lasciamo con un pensiero sull'importanza della calligrafia ieri e oggi?
Ritengo che, paradossalmente più di ieri, oggi la calligrafia sia estremamente importante, perché con l’ausilio delle nuove tecnologie si è perso l’atto della scrittura. I nostri ragazzi fanno molta fatica a scrivere a mano (soprattutto in corsivo), perché sono abituati a usare una tastiera. Questa è una vera perdita. Spesso vengono infatti citati studi che dimostrano come l’espressione attraverso la scrittura manuale stimoli il cervello; in particolare l’uso del corsivo pare coinvolga aree cerebrali più vaste rispetto a quello che può fare un computer.