Lettera

Figlia, sono nuda accanto a te. Sono nuda, prima di tutto nuda. Sono. Io. Donna prima e poi tua madre. Ma dovrebbe essere il contrario. Oppure dovrei essere contemporaneamente entrambe le cose. Sono sola con te, figlia. Ti ho. Ti ho proteggendoti. Ma ho bisogno di occhi chiusi, per farlo. Di chiudermi al mondo, di non vedere. Di sapere che il mondo non c'è. Una sospensione in cui un velo fiorisce e mi cinge polpacci e ginocchia. Tu dormi mentre io ti tengo. Il mio seno è nudo, lì, a favore del mondo che mi osserva. Io non osservo il mondo. Ho le palpebre come serranda che ammonisce l'apertura affinché si chiuda e così resti.

Che cosa pensi, figlia? Ma tu pensi o non hai la facoltà del pensiero? Che cosa senti, figlia? Ti fidi di me? Io non mi fido di me, una donna che deve disfarsi del mondo per restare al mondo. Perdonami, figlia, perdonami.

Sono croce, occhio silente, panneggio, novantagradi, circonferenze piccole - nei capelli - che contengono semi. Non so: sarò in grado di far germogliare dai semi? No, non penso di esser madre così stabile, così sinceramente madre. Io. Sinceramente, sono, sinceramente così malatamente umana. Ti porto le mie pene, figlia.

Eppure... Se... Forse vale la pena che io provi, figlia. Provi per me, provi per te. Ad aprire gli occhi mentre tu dormi con la tua testa sul mio seno.

Ci proverò, figlia, per amor nostro.

Figlia. Ti amo: non temere.

Io, madre ignuda accanto a te, figlia addormentata.

Occhi-serranda abbassata sul mondo, i miei: una sospensione

senza la quale non so proteggerti.

Malfidente di me stessa, ti reco le mie pene,

figlia.

Porto semi che non attecchiranno.

E, così malatamente umana,

ti chiedo perdono.

Ma io ti amo, figlia. Non temere:

per amor nostro aprirò i miei occhi

e veglierò sui tuoi,

che mi dormono sul seno.