Parliamo di una zona periferica di Ghedi (Brescia), I Cürübièc' (I Cuori abbietti), che, fino agli anni cinquanta circa, era occupata da una stupenda conca di acqua sorgiva e da una cappelletta votiva nel Seicento con pronao ed un affresco, dedicata alla memoria dell'evento terribile che fu la peste di quell'epoca.
Apro una parentesi: in quanto all'aggettivo usato nella traduzione dal vernacolo all'italiano ("abbietti"), a quell'epoca forse aveva un'altra connotazione, più consona, ma tant'è!
Torniamo alla conca, tutta un mormorio delizioso e un profumo fatto di molti profumi lievi, che respiro ingordamente senza nemmeno tentare di individuarne qualcuno; difatti per ogni stagione c'è il tipo adatto al clima: in questo momento prevalgono i campanellini di primavera dal lungo gambo elegante e i myosotis. Ho i sandali in una mano e con l'altra cerco di accarezzarne qualcuno. Ecco: sono ormai con i piedi tra il delizioso glu-glu delle bolle d'acqua, molto fredda, a circa tre metri dal livello stradale. Eppure, tutto questo benessere non riesce a cancellare dalla mia mente l'orrore che ne sta all'origine. La sorgente è il risultato di una enorme fossa comune riempita, forse addirittura a metà, da calce viva per accogliere i cadaveri dei morti uccisi dalla peste.
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Nel 1610 fu deciso di erigere una chiesetta dedicata a San Rocco, ritenuto l'artefice della sconfitta del morbo orrendo. Presa tale decisione, le ossa che si trovavano nella "buca" dove sono io ora, furono portate nella chiesetta, nel cui pavimento c'erano degli spazi con rettangoli di vetro spesso che lasciavano vedere le ossa. Non conosco la dinamica della faccenda, fatto sta che, in men che non si dica, si parlò di "ossa miracolose" ed i pellegrinaggi su carri, barrocci, biciclette erano frequentissimi. In questo clima nacque, o almeno si diffuse, la preghiera dedicata ai resti degli appestati.
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Ànime sànte, ànime purgànte va fó mìå 'l nòm perchè si tànte; ótre prighì per mé chè mé pregaró per vótre. |
Anime sante, anime purganti [in Purgatorio] non vi faccio il nome perché siete tante. Voi pregate per me ed io pregherò per voi. |
A poca distanza dall'entrata della chiesa, nel muro che recinge il cimitero, si apre il cancello che porta alle tombe. Entrata e cancello si trovano quindi su due linee perpendicolari, senza però toccarsi. Non che ciò abbia un significato che intrighi; lo metto solo perché è vivo nei miei ricordi.
Per chi voglia fare una visita ai suoi defunti è giocoforza percorrere il Viale delle Rimembranze; se non altro è il percorso più agevole, più diretto oltre che di gradevole visione. Un percorso, molto approssimativamente, che valuterei sui cinque-seicento metri di lunghezza. Ecco, chi si trova a percorrerlo sarebbe accompagnato, sul lato destro, fino al cancello sunnominato, da una fila di alti cipressi dal messaggio ben più che tragico di quello offerto dai "cipressetti" carducciani, poiché ciascuno di essi porta fissata al tronco una targhetta di metallo sulla quale è inciso nome e cognome del morto durante la sua militanza obbligata come combattente della Prima Guerra Mondiale.
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Ed ora un "pezzo" che potrà sembrare il prodotto per chi ama scriversi addosso. Ma io non credo che ciò che segue si possa considerare in modo così drastico perché tratta sempre di Ghedi ("Ghét" nel dialetto locale). Ho qui davanti un librettino: 7 centimetri di larghezza, 24 di altezza; 40 pagine in totale; la copertina è di un cartoncino leggero, marrone chiaro, sulla quale si può leggere: "PAOLO GUERRINI Cronache di Ghedi (secolo XV-XVII)", sottolineato da un piccolo accattivante disegno in stile Liberty, e per finire, a piè di pagina, al di sotto di due leggere righe parallele, "Scuola Tipografica Vescovile Artigianelli PAVIA 1929 –".
Tutto ciò è riportato esattamente nel foglio di carta fragile e ingiallita, come si può ben immaginare, del frontespizio. Voltando la pagina, proprio a metà si può leggere "Estratto dal volume III delle Cronache bresciane inedite dei secoli XV-XIX".
Da qui inizia la storia vera e propria raccontata nel libretto; la numerazione delle pagine, iniziando dal 4, si incontra girando questo foglio...
Quando, grandicella, lo lessi, lo trovai difficile e non ne ricavai alcuna soddisfazione, né mi convinsero le spiegazioni a vol d'uccello che mi passò la mamma: ero ancora troppo vicina a Biancaneve, Cenerentola e così via per poter gustare qualcosa di così impegnativo.
Ora che tale età è superata da molti decenni (troppi), posso leggere scritti impegnativi. Ad esempio il bel volume di Angelo Bonini, Ghedi un paese nato intorno alla sua piazza, che mi ha spinto considerare più profondamente l'importanza degli archivi che possono illuminarci sul nostro passato, non migliore del presente. "Sei ancora quello della pietra e della fionda / uomo del mio tempo."
Tra le tante "notizie" interessanti che ho tratto dal "mio" piccolo Paolo Guerrini, riporterò quelle che riguardano gli arcipreti della parrocchia di Ghedi, autenticamente ghedesi. Esse vanno da pagina 23 a pagina 25 comprese.
"1 - L'arciprete di Ghedi, del quale non appare il nome, prende parte il 21 settembre 1275 all'elezione del canonico Berardo Maggi a Vescovo di Brescia.
[…]
8 - Agostino De Rubertis (Roberti) di Ghedi fu nominato per primo nei comizi parrocchiali il 5 aprile 1543, poichè il comune aveva ottenuto il giuspatronato sulla chiesa parrocchiale e sulla nomina dell'arciprete per Bolla di Papa Clemente VII.
11 - Paolo Oneda di Ghedi (1582-1590).
[…]
15 - Marco Spagnoletti di Ghedi (1624-1631).
16 - Andrea Moretti di Ghedi (1631-rin 1648).
17 - Andrea Moretti di G. B. di Ghedi (1649-1676).
18 - Innocenzo Moretti di Ghedi (1676 m. 1726 pazzo).
[…]
19 - Martino Girimbelli di Ghedi (1726 m. 1754).
20 – Carlo Scarella di Ghedi (1754-1769) nato in Brescia l'anno 1705 da famiglia ghedese, fratello del Teatino Gian Battista Scarella, insegnante di fisica e filosofia del Seminario Vescovile, ambedue valorosi letterati e scienziati)[1].
21 - Giuseppe Tedoldi di Ghedi (1770-1782).
22 - Andrea Moretti di Ghedi (1780-1792).
23 - Orazio Tedoldi di Ghedi (1792-1812).
24 - Giacomo Pancrazio Gussago di Ghedi, curato di Manerbio (1812 rin. 1822).
25 - Angelo Michovich di Ghedi (1826-1951).
[…]
28 - Enrico Mensi di Brescia (1898-viv.)"
Quest'ultimo lo riporto anche se non è di Ghedi, perché l'ho conosciuto piuttosto bene. Fisico tracagnotto e feroce predicatore. Su di lui circolava la buffa rima (e non solo quella) "Mensi Enrico che a predicare vale un fico."