La copertina dell'opera di Beatrice Sacchi. |
Ha 24 anni, ma la percezione è di un'età diversa.
Sì, certo, lo vedi che è davvero giovane. Quando inizia a raccontare concepimento, gestazione, nascita e crescita del suo libro, Simona Aztori. Una storia oltre il limite[1], però, provi una sensazione strana: energia emozionata ed emozionante, tipica della giovinezza, ma sulla solida base della maturità.
L'entusiasmo e l'emozione sono palpabili. Di più: sono una diga che si rompe davanti a te.
Ti "salvi" dall'acqua che ti travolge perché pure tu hai avuto la sua età e ora l'ascolti pacatamente, apprezzandola. Soppesandola, anche: vuoi capire, tentando di immaginarla mentre cammina lungo lo scorrere del tempo. Come sarà Beatrice Sacchi fra dieci anni? E fra venti? E ad ogni multiplo della decina? Ti (è egoismo il tuo: di giovani provvisti di arte e di parte c'è un gran bisogno) e le auguri di continuare così: in perenne movimento, sostenuta da un entusiasmo che non cali. E che muti quei no, che necessariamente riceverà nella vita, in forse e magari in sì. Questa filosofia gliel'ha insegnata Simona Aztori, durante la collaborazione che è sfociata nel loro libro, e Beatrice l'ha evidenziata proprio lì, a pagina 30.
Ma ti sei posta davvero in salvo da quella diga che s'è fragorosamente rotta? Sì. Forse. Anzi - ne hai la certezza - no.
Il diaframma equilibrante dal quale guardi il mondo e la maniera in cui lo vivi (tu, che hai trentasei anni più di Beatrice) sono una rete di sicurezza. Hai faticato per costruirlo, questo diaframma. T'è costato tempo e legnate sui denti. Ora ti senti al sicuro.
Adesso l'acqua t'investe; tu lì, in sosta. In quel momento ti rendi conto che si sono attivati due canali paralleli. Uno ti garantisce quel tipo d'ascolto che permette di dare a Cesare quel che è suo. L'altro di scioglierti la briglia e lasciare che sia.
E, così, raggiungi una consapevolezza: Beatrice ti fa bene.
Rifletti sullo scarto (pluri)generazionale, sui troppi giovani radicati in una società instabile da cui si sentono sradicati.
Di giovani in gamba ce ne sono, ça va sans dire, ma tendiamo ad amplificare il negativo, la mancanza, anziché ciò che di prezioso esiste.
Beatrice esiste.
L'intento era un articolo con la giusta neutralità, ma ho deviato, strada scrivendo: ho parlato di lei però anche - e non certo fra le righe - di me. Lo rifaccio, mi sono detta. Non lo rifaccio, ho replicato.
Il mio diaframma non ha funzionato? Al contrario: mi ha
regalato un differente sguardo. Osservando Beatrice ho guardato anche me stessa
e mi sono resa conto che la fatica (in tutte le sue componenti, anche quella
fisica) del vivere e del momento contingente non ha roso quell'entusiasmo che è
stata sempre una mia peculiarità.
Perciò auguro a Beatrice quel che le ho augurato sopra.
Così come, per il motivo che ho già reso chiaro, lo auguro a noi tutti. E ci auguro d'incontrare nuove Beatrici che ci rinsaldino nella consapevolezza che sui no si può lavorare, perché, come dicono Simona Aztori e lei stessa: "se qualcosa non deve realizzarsi è perché c'è qualcos'altro che mi aspetta"[2].
L'articolo con la giusta neutralità, poi, l'ho scritto. È qui.
[1] Beatrice Sacchi, Simona Aztori. Una storia oltre il limite, Sommacampagna, BeccoGiallo, 2022.
[2] Beatrice Sacchi, Op. cit., p. 73.
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