Le sfaccettature della poesia. Intervista a Maria Pia Dell'Omo

31 marzo 2023

Meglio specificarlo: la poesia non vive in una torre d'avorio. Parla dell'uomo e del suo territorio

Maria Pia Dell’Omo: dal tuo curriculum si evince una poliedricità interessante perché è presente la parte scientifica e quella artistico-letteraria. Sei infatti attiva nella divulgazione sia medico-scientifica sia artistico-culturale. Sul versante scientifico, sei laureata in farmacia e ti occupi in particolare di sensibilizzazione sui temi delle algie cranio-facciali e della prevenzione sessuale. Sull'altro versante scrivi, organizzi eventi, conduci un podcast. Come si conciliano i due ambiti?

Per lungo tempo ho creduto queste due aree fossero scisse e indipendenti, soprattutto perché ci si ostina in una formazione dell’individuo uni-direzionale che bolla come "confusione" o "immaturità" la molteplicità degli interessi di una persona. In fondo, invece, ho scoperto che sono parti dialoganti e che cooperano. Ricordo, ad esempio, una mia visita al Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando di Torino, dove immaginavo sarebbe prevalsa la curiosità scientifica. Mi sono trovata invece ad emozionarmi e commuovermi, soprattutto per le donazioni alla scienza del dottor Luigi Rolando e di un altro chirurgo, e, in un particolare momento, osservando da vicino alcuni crani, il mio volto si è sovrapposto a quello di un teschio in vetrina, riflettendosi nel vetro. C’è stato l’attraversamento di tanti pensieri e riflessioni, oltre al "memento mori" evocato da quel particolare evento. Dopo, ho scritto questi versi. Credo la scienza faccia parte del mio modo di indagare l’esistenza e mi renda più umana.

 

Polonio

 

Ti troveranno il polonio dentro,

Marco mio,

quando ogni più tenera

parte di te l’avrà presa la terra.

Al toluene lascio le memorie

dei bagagli e dell’abbraccio

che non ci siamo mai dati:

 

– un gesto così povero,

un atto che dico effimero

come le tue dita attorno al filtro

Merit vaiolato di giallo.

 

Ti troveranno dentro cose che non pensavo, che non pensavamo,

quando schiacciasti una falena

contro al vetro perché "la Bellezza

ha per destino la morte".

Avrai cadmio nella mandibola,

nei denti, ma la tua lingua

avrà smesso di parlarmi:

 

– come un’ostinazione mi insegnerai il segreto del tempo.

Di me riderai beffardo,

Da quel tuo ghigno, ora eterno,

lo strapiombo incorrotto

da cui mi osservo,

riflessa nella tua calotta cranica:

il naso quasi adeso al vetro,

come per monito o bacio.

 

Ancora, ho una raccolta, Corpo di dolore, che è destinata a essere anche spettacolo di spoken music, completamente scritta durante crisi dolorose trigeminali. Questo è un progetto che nasce per sensibilizzare circa le malattie croniche invisibili e invalidanti.

Ugualmente, ho tenuto una mostra su questo tema, lasciando che artisti sani o non affetti si confrontassero con persone con algie craniofacciali (emicrania, nevralgia del trigemino, PIPF eccetera) ed elaborassero delle opere per immedesimazione. C’erano in mostra anche artisti affetti da queste condizioni, ma le produzioni dei non affetti meravigliarono per capacità di empatia e, pertanto, ascolto. Al finissage di questa mostra, invece, ho tenuto a dedicare uno spazio alle persone affette da disagio psicologico e alle loro produzioni, per combattere lo stigma verso chi soffre nell’anima e spesso vede il proprio dolore esistenziale invalidato – cosa che un malato invisibile con dolore cronico può comprendere perfettamente.

Puoi spendere qualche parola in più sui temi scientifici della cui divulgazione ti occupi?

Mi occupo prettamente di algie craniofacciali e dolore cronico invisibile neuropatico a carattere invalidante. Ho anche un progetto narrativo con approccio biopsicosociale, "R-Esistere al dolore", da cui vorrei generare un saggio. Nel mese di marzo 2023, sono stata ospite in un dibattito sui diritti femminili e ci ho tenuto particolarmente a parlare di invisibilizzazione e negazione del dolore femminile in ambito clinico, che causa morti e condizioni evitabili con un approccio senza pregiudizio ed equo verso la donna.

Sul versante artistico-letterario i punti interessanti sono molti. Il primo è che, grazie ai tuoi studi in recitazione, hai sviluppato un approccio performativo alla poesia. Parliamo quindi, ora, della fruizione della poesia. Ci sono molte affermazioni riguardo poesia e poeti. C'è chi dice che leggere una poesia è un atto solitario perché la si fruisce in silenzio, all'interno di se stessi, senza interferenze. Così come c’è chi, similarmente, dice che anche scrivere poesia è un atto intimo e che la poesia nasce dal silenzio. C'è chi, come il giornalista Fabio Sebastiani, fa spesso cenno alla poesia civile e sostiene che i poeti debbano stare insieme. Esiste poi l’opinione che una poesia che diventa performance sia altro dalla poesia originale. Spesso emerge il concetto di poesia che "ti arriva" e, mentre la scrivi, non sei necessariamente consapevole del contenuto: sei quasi un mezzo, un veicolo. I pragmatici affermano che la poesia non serve. Che cosa pensi di questa variegazione di opinioni?

Io scrivo di getto. Personalmente mi sento attraversata e inconsapevole di quello che scrivo, fino al momento in cui lo leggo. Indubbiamente ho iniziato la poesia come attività solitaria, ma poi ho avvertito l’esigenza di fare di quel particolare modo di "stare al mondo" qualcosa di più. Credo che il poeta sia un’antenna dei segnali della società e che possa restituire, dopo averle elaborate, istanze, ribellioni, emozioni appartenute al popolo, in una forma dotata di maggiore coscienza e forza comunicativa. Un trasformatore, un arto necessario a un corpo sociale. Per me, la poesia detta ad alta voce è a vocazione della parola: il modo in cui la si pronuncia cambia profondamente suoni ed emozioni provocate. La differenza la si può notare studiando o ascoltando un brano letto da un professionista della parola detta ad alta voce.

È possibile dare una definizione di poesia, secondo te o le verità attorno a quest'arte sono molteplici?

Per me vale lo stesso principio di quella storia orientale in cui la verità è uno specchio enorme che cade dal cielo e, frammentandosi, continua a essere specchio nonostante abbia perduto la sua precedente unità. Tutti i frammenti riflettenti sono unici, irregolari, individuali, ma sono tessere di uno stesso mosaico. Trovo perciò impreciso quando si tenta di dire che la produzione di una persona non sia "vera poesia", scatenando sovente guerre tra fazioni. Ci sono certamente delle penne più brillanti e che trovano spazio in determinati circoli e occasioni, ma credo tutti abbiano il diritto di accedere a questa arte, che si affina cimentandosi e allenandosi. Poi, dove si arriva, non possiamo saperlo con anticipo. Pensiamo a Hilde Domin, che ha esordito in tarda età. Non avere all’attivo determinate pubblicazioni prima la rende meno poeta? Credo sia importante, pertanto, avere un atteggiamento di curiosità ed ascolto, attenderci sempre la meraviglia dall’altro, senza sentirsi mai "arrivati" in cima.

La poesia, come il bello, aiuta a vivere meglio. Sei d'accordo? Se lo sei, in che modo aiuta?

Assolutamente. Per me la poesia è uno strumento per rapportarmi con me stessa. Mi è necessaria per fare Catarsi. Catarsi e Catabasi (che è poi il nome che ho dato a una raccolta audio disponibile in formato podcast). Ultimamente, mi sto avvicinando alla Poetry Therapy e alle "medical humanities" con curiosità. Mi piacerebbe renderle parte del mio bagaglio professionale e culturale.

Tornando alle performance, tu ne realizzi in solitaria e, in passato, assieme al gruppo "Voci Confinanti".

Con "Voci Confinanti" abbiamo trascorso un felice periodo di sperimentazione: la nostra era poesia performativa multilinguistica. Io mi occupavo prevalentemente dell’esecuzione in italiano e spagnolo, mentre gli altri contributi erano in latino, greco antico, francese, inglese, danese. Da sola, o in collaborazioni episodiche con altri artisti, devo dire che la performance è la cosa che mi piace di più: vivere quel preciso momento irripetibile, con quelle persone tra gli spettatori che non sanno cosa attendersi, stimolare in loro meraviglia, riflessione, pianto, desiderio di gioco, interazione, umanità. Se si tratta di performance che si ripetono, si può apprezzare ancora di più questa preziosità dell'istante unico ed irripetibile. Che leghi una poesia a un albero, che declami confinata dentro un’installazione pittorica, che canti un testo con una piccola orchestra, che reciti sopra le note di una composizione elettronica, quello che cerco è l’autenticità. In me in primis, altrimenti non potrei veicolare proprio nulla.

Dicevo che, nella tua attività artistico-letteraria ci sono molti punti interessanti. Ad esempio sei promotrice e organizzatrice di eventi culturali a Caserta, che hanno lo scopo precipuo di valorizzare i talenti artistici del territorio. Quanto è importante la connessione con il territorio, quando si fa arte?

Per me è importantissima. Lotto da anni per difendere una certa vivacità artistica in un mondo distratto o indifferente a ciò che non è noto. La fruizione, pigra o consolatoria, ingessa e ingabbia il potenziale di una città o di qualsiasi altro luogo. Difendere la curiosità verso il diverso, fare emergere il sommerso è ben più difficile che offrire un "prodotto" che garantisca un "risultato": ecco, per me le persone non sono prodotti, avere uno spazio e proporre solo ciò che sappiamo piacere alla massa è voler fare una strada sicura, ma anche senza nerbo. Lavorando con alcune testate campane, avevo occasione di incontrare persone interessanti e mi rammaricavo della poca attenzione nei loro confronti. Si trattava di persone con potenziale, ma senza uno strumento potente per rappresentarle. Perché deve essere sempre "Nemo propheta in patria"? Perché dover attendere i riconoscimenti vengano quando si lascia la propria terra, anziché predisporre un terreno fertile per sostenerli? Ovviamente, oltre agli ideali, devono esserci anche delle skill, delle competenze particolari che rendano decoroso, efficace e dignitoso il lavoro di organizzatore di eventi culturali. Senza studio, costante formazione e messa in dubbio di se stessi, senza la capacità di mettere da parte la vanità personale, non è un sentiero praticabile. Quando si hanno tali competenze, poi, è anche più semplice risultare credibili quando ci si relaziona con le istituzioni. Non sono mancate negli anni occasioni interessanti ed importanti per gli artisti che rappresento singolarmente o con Caspar.

Organizzi gare di slam poetry indipendentemente o come membro del citato collettivo Caspar – Campania Slam Poetry. Ci puoi parlare di questo genere, la Slam Poetry? Trattandosi di poesia, in che modo il concetto di gara si addice a quest'arte?

La Slam Poetry è un segmento della poesia performativa, che per me è la vocazione della parola: la possibilità di dirla e significarla. Nel Poetry Slam, che è un gioco a restrizioni, ci si deve impegnare a fare tutto solo con voce e corpo: si è il teatro di se stessi. A rendere innovativo il format è la possibilità del pubblico di interagire e dire la propria sulle singole esibizioni, valutando doti tecniche ed interpretative dei partecipanti. È certamente un modo per avvicinare le persone alla poesia e rimodellare il concetto "scolastico" che ne hanno. Può anche essere occasione di celebrare autori che non sono più tra noi appassionando il pubblico ai loro versi, cedendoli ad attori e performer, come ad esempio il mio format Pasolini vs. Brodskij Poetry Slam, ospitato dalla kermesse Un borgo di libri.

Il concetto di gara può trovare ragione se si vede lo Slam come una disciplina sportiva (di cui noi italiani siamo stati anche Campioni del mondo per due anni di seguito!), o se gli si vuole dare una connotazione ludica. La gara certamente è stimolante, ma noi di Caspar ci teniamo sempre a sottolineare che si tratti di un gioco e che la parte più importante sia il sostegno tra artisti e il piacere, autori e pubblico, di aver celebrato insieme un incontro di Poesia. Certamente si tratta di una grande palestra attoriale: avere a disposizione la possibilità più volte l’anno - organizziamo dal 2017 un campionato regionale all’anno collegato al circuito nazionale LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) - di esibirsi su un palco allena all’esperienza di sentirsi declamare e soprattutto abitua ad esporsi in contesti diversi volta per volta, aumentando la propria tolleranza alla sfida e all’ignoto. Pensare di aver prodotto negli anni un piccolo esercito di persone orgogliose e fiere di dire ad alta voce i propri versi mi emoziona.

Sei podcaster del programma "RadioSonetto". Ce ne parli?

RadioSonetto nasce nel 2017, prima del "boom" del podcasting. La sua genesi è legata a un periodo di malessere fisico in cui ho dovuto accantonare buona parte delle mie attività. Era un modo per restare viva attraverso la parola detta ad alta voce. Una sua caratteristica è che le poesie sono eseguite senza prova: in base all’emozione che mi provocano, andando in risonanza per esse. Un "buona la prima", insomma. Era un modo per allenare la mia capacità di connessione al cuore di altri autori. Poi, con sorpresa, ho notato che in poche settimane avevo raggiunto mille iscritti e che tante di persone salvavano le tracce audio sui propri dispositivi. Sinceramente, un riscontro inatteso. Nel biennio 2020-2022 ho anche collaborato con Inverso - Giornale di Poesia, leggendo sul mio canale periodicamente una selezione di testi pubblicati dalla rivista.

Tra le tue attività c'è l'editing di volumi poetici e di narrativa. I paletti che un editor ha, dipendono dal tipo di editing che viene richiesto. Per quanto riguarda la poesia, quali interventi può e quali deve fare un editor?

In poesia, compio un lavoro profondamente diverso rispetto all’editing di prose. In narrativa e in saggistica, mi sento molto vicina alla figura del "developmental editor". Sono, per scelta personale, sempre propositiva e delicata. Non mi piace modificare cose senza renderlo esplicito all’autore e mi impegno a portarlo alla comprensione di ciò che vorrei operare. Il confronto è sempre alto. In poesia sono ancora più delicata. Reputo importanti persino doppi spazi e virgole, cose che in prosa si correggono automaticamente. Chiedo sempre se c’è dell'intenzionalità nel modo in cui appare graficamente un testo. Poi, se non c’è una direzione tematica (spesso si tratta di collezioni "alla rinfusa"), cerco di enucleare i punti cardine della poetica dell’autore e a costituire un ordine sensato con cui proporre i testi. Un percorso, insomma. Se ci sono poesie che non rendono giustizia al resto della raccolta, vanno congedate. Lo si fa discutendo, confrontandosi. A volte gli autori si riscoprono attraverso una lettura "esterna" ed "altra". Apprendono a contemplare se stessi in un modo inedito, a comprendere meglio il valore di ciò che hanno prodotto. Sono anche una persona molto franca. Se penso che non sia il caso di investire in un editing, dissuado la persona dallo spreco di risorse personali. Non mi piace guadagnare illudendo.

Ci congediamo con una videopoesia, Winter, andata in onda in metropolitana per alcuni mesi, contro gli abusi. Il tema è quello del disturbo post traumatico da stress complesso. La possiamo leggere e ascoltare qui: https://youtu.be/At7Pw4rNQc8. Ci racconti com'è nata e perché?

Winter, in italiano Inverno, parla di ciò che spoglia l’anima e cristallizza il tempo in una dimensione purtroppo atemporale e che sembra eterna. È una riflessione sul "Complex DPTS", "Disturbo Post traumatico da Stress Complesso", una condizione che sperimentano le vittime di abusi e violenze tanto psicologiche quanto fisiche, protratti nel tempo. In genere quando si scrive di violenza si descrivono lo schiaffo, la fioritura dei lividi, le sensazioni immediate. Si trascurano invece la solitudine che attanaglia la persona "segnata", la reviviscenza dei ricordi, i pensieri intrusivi che tormentano la mente, la depersonalizzazione o la derealizzazione e tutte le sensazioni che ne conseguono: il sentirsi "morti", dissociati, non integri, turbati da ciò che si prova senza sentirsi in grado di smettere di provare questa forma disperante di alienazione. Il tutto, mentre si lotta per restare vivi o dare la parvenza di esserlo: "come le stelle lontane mi spengo, ma ho il dono di sembrare viva, per anni". Per me, la Poesia deve dire l’indicibile e porsi al fianco di chi non ha potere di manifestare il proprio dolore. Winter è andata in onda nelle stazioni metropolitane della regione Campania grazie a una collaborazione tra Caspar Campania Slam Poetry e Videometró News Network, che ci propose di realizzare con loro questa rassegna di videopoesia civile: PerVersi. Ognuno di noi si è espresso su temi sociali, tra cui la donazione di organi e tessuti, la violenza di genere, l'importanza della transcultura, la dispersione dei non-luoghi, l'impatto della tecnologia sulle relazioni.

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