Le melanzane bucate di Seveso. I dipinti di Claudio Granaroli dedicati all’incidente dell’Icmesa del 10 luglio 1976: una mostra a firma ISAL



La locandina.
In occasione dell’avvicinarsi del cinquantesimo anniversario della tragedia di Seveso, accaduta il 10 luglio 1976, l’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda (ISAL) ha curato una mostra dedicata al tema mostrando, per la prima volta, una serie di dipinti di Claudio Granaroli, artista di fama internazionale deceduto nel 2024.

La mostra ha avuto origine dal ritrovamento, nella biblioteca personale dell’artista, del libro-inchiesta Le donne di Seveso di Marcella Ferrara (Editori Riuniti, 1977), volume appartenuto alla sorella Serena e da lei annotato negli anni Settanta. Il libro, segnato da sottolineature, piegature d’angolo, appunti a penna e piccoli interventi grafici, è stato successivamente riletto e ulteriormente segnato da Claudio tra il 2019 e il 2024, in previsione e a seguito della sua prima mostra cesanese svoltasi a Palazzo Arese Jacini. La compresenza delle tracce dei due fratelli, stratificatesi nel tempo, ha trasformato il volume in un vero e proprio archivio familiare della memoria di Seveso dal quale sono germinati i dipinti del maestro milanese di origine e bergamasco di adozione.

Durante la rilettura, l’attenzione dell’artista si è soffermata in particolare sul racconto delle donne che presero coscienza della gravità della diossina osservando gli effetti che la nube tossica ebbe sulle foglie delle piante e della verdura dei loro orti. Nel libro-inchiesta di Marcella Ferrara, mamma del noto giornalista, ad esempio, è contenuta la testimonianza di Lenida Scozzin di 42 anni, sfollata dalla zona A con la sua famiglia, la quale così risponde alle domande della giornalista:

Nessuno di noi ha accusato malesseri. Invece sono morti tutti gli animali che avevamo. Anche nell'orto, ad esempio, le melanzane hanno presentato dei buchi molto profondi, nel giardino le piante hanno perso le foglie […] Noi siamo stati evacuati con la terza mandata. Dopo ventidue giorni dal 10 luglio […] Le prime indicazioni le abbiamo avute dopo dieci o undici giorni. Ma già dopo cinque giorni ho preso delle precauzioni per conto mio: non ho più toccato il giardino e la verdura, e questo quando hanno cominciato a morire gli animali. Ho avuto paura.

È dall’evocazione di queste melanzane bucate, semplice e insieme sconvolgente, che prende forma il nucleo iconografico della serie di Granaroli dedicata a Seveso, non traducendo il testo in illustrazione, ma assurgendone il dettaglio a simbolo generatore.

Le melanzane “bucate” diventano così elemento ricorrente e strutturale delle opere. Rese attraverso un profilo sintetico e riconoscibile, talvolta con il calice separato dal pericarpo, esse pendono dagli alberi o si librano nello spazio, assumendo una funzione che è insieme formale e memoriale. In ogni tela dipinge anche una melanzana isolata in primo piano, collocata nella parte inferiore destra, che costituisce un punto di ancoraggio visivo che dialoga con la dinamica espansione della chioma dei suoi alberi sognanti.

L’albero, figura archetipica e costante nella ricerca di Granaroli fin dagli anni Settanta, si configura qui come struttura primaria e soglia simbolica. La verticalità del tronco e l’espansione centrifuga dei rami costruiscono un impianto compositivo stabile, continuamente messo in tensione da un trattamento pittorico energico. Il colore non viene semplicemente steso, ma gettato, versato, stratificato. Colature, spruzzi e sovrapposizioni registrano l’energia del gesto come evento generatore di forma. La superficie della tela conserva la memoria del movimento che l’ha prodotta. Dal punto di vista cromatico, la serie alterna rossi intensi, blu saturi, verdi acidi, neri profondi e gialli vibranti. Non si tratta di cromie naturalistiche: il verde non coincide con il fogliame reale, il rosso non descrive una stagione. Ogni tonalità si carica di una tensione autonoma, secondo una grammatica visuale personale che accentua il carattere visionario delle opere. La chioma appare talvolta come una nube luminosa e pulsante, in un evidente cortocircuito simbolico con la nube tossica che segnò la storia del territorio brianzolo.

La dimensione memoriale è centrale ma priva di retorica. Granaroli non rappresenta l’evento storico in senso narrativo, né indulge in soluzioni didascaliche. Il riferimento al libro di Marcella Ferrara agisce come matrice generativa: la pittura elabora, trasfigura, concentra. Il frutto bucato diventa emblema di un’alterazione invisibile che si manifesta attraverso un dettaglio minimo; l’albero si trasforma in dispositivo teorico capace di contenere e restituire una memoria collettiva. Le tredici opere riunite in mostra compongono un percorso coerente, quasi un polittico laico dedicato alla persistenza del paesaggio nell’epoca contemporanea. Le dimensioni contenute delle tele accentuano la concentrazione dello sguardo e rafforzano l’intensità simbolica dell’immagine. La reiterazione delle melanzane non produce serialità meccanica, ma variazioni ritmiche e concettuali che interrogano la forma fino a ridurla a segno essenziale. In questa serie esplicitamente dedicata da Granaroli al terribile incidente dell’Icmesa e agli effetti provocati dalla nube tossica della diossina sulla terra briantea, la pittura si fa luogo di ascolto silenzioso e di elaborazione visiva. Il gesto controllato e insieme istintivo dell’artista, maturato in decenni di ricerca, domina il processo creativo senza chiuderlo in schemi rigidi. Progetto e impulso dialogano costantemente, generando una foresta inventata in cui i frutti segnati non rimandano nostalgicamente a un tempo perduto, ma aprono una tensione verso il futuro.

La mostra restituisce per la prima volta questo ciclo, mettendo in evidenza il passaggio dalla pagina annotata alla superficie dipinta, dalla parola testimoniale al colore. In questo attraversamento, la memoria non viene illustrata ma trasformata in forma, riaffermando la capacità dell’arte di rendere visibile ciò che, pur rimanendo invisibile, continua ad agire nel paesaggio e nella coscienza collettiva.

La mostra, che si svolge nell’ambito della XVII edizione del Premio di Scultura “Scultori a Palazzo” promosso dall’Associazione Amici Palazzo e Parco Arese Borromeo, è allestita nella suggestiva cornice dell’Oratorio dell’Angelo Custode e Sant’Antonio da Padova di Palazzo Arese Borromeo (Cesano Maderno, via Borromeo 41). Patrocinata dal Comune, la mostra raccoglie dodici tele di piccolo formato (30 x 60 cm) e un acrilico su carta delle dimensioni 90 x 60 cm.

Curatore della mostra e dell’evento è Ferdinando Zanzottera, storico dell’architettura e docente del Politecnico di Milano, che in questi anni ha studiato a fondo la figura dell’amico e pittore Granaroli e che, in questi ultimi mesi, sta curando la catalogazione della biblioteca e dell’archivio dell’artista.


Tutte le info sulla mostra

Organizzata dall’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda (ISAL)

Realizzata in collaborazione con: Comune di Cesano Maderno, Associazione Amici Palazzo e Parco Arese Borromeo, Art Lab Giardino 22, Teatro dell'Aleph, con il patrocinio del Centro Culturale Certosa e della Galleria Certosa di Milano nell’ambito del Premio di Scultura “Scultori a Palazzo”.

Curatore della mostra: prof. Ferdinando Zanzottera (Politecnico di Milano).

Sede espositiva: Palazzo Arese Borromeo - Oratorio dell’Angelo Custode e Sant’Antonio da Padova (via Borromeo, 41).

Inaugurazione: sabato 14 marzo alle ore 17.30 a Palazzo Arese Borromeo (Sala Aurora).

Giorni e orari di apertura: dal 14 al 29 marzo 2026; i sabati dalle ore 15 alle ore 18 e le domeniche dalle ore 10 alle ore 12 e dalle ore 15 alle ore 18.

Aperture straordinarie sono previste durante la settimana per scolaresche o piccoli gruppi.

Ingresso gratuito.

Per maggiori informazioni:

Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda - ISAL (info@istitutoartelombarda.it).

Associazione Amici Palazzo e Parco Arese Borromeo (335 8360818).

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