A mé màmå
Nò, màmå, gó mìå fat bèl:
sa fa fadìgå fés a destacàs.
L'è tròp prèst, adès
e rièse mìå a pensà.
Àdå, ma mète ché en cuaciù
a sercà 'n varghilöch le mé raìs:
òi mìå chè le sa sèches.
Èl sét? Ma sènte mìå pö entrégå
e pó gó pórå.
Fóm isé:
ciàpe na scàgnå e àrde 'n pó förå.
En fiurilì, i bèi pondór, èl sul sö l'érå…
Èl ma fa bé? Só mìå,
ma, pòtå, pötòst de bötàm söl lèt à piànśer,
alà,
isé l'è mèi.
[Traduzione letterale]
A mia madre
No, mamma, non è stato facile:
si fa molta fatica a distaccarsi.
È troppo presto, adesso
e non riesco a pensare.
Guarda, mi metto qui accosciata
a cercare da qualche parte le mie radici:
non voglio che si secchino.
Sai? Non mi sento più intera
e ho anche paura.
Facciamo così:
prendo una sedia e guardo un po' fuori.
Un fiorellino, i bei pomidoro, il sole sull'aia…
Mi fa bene? Non lo so,
ma, insomma, piuttosto di buttarmi sul letto a piangere,
va là,
è meglio così.
[Metamorfosi poetica]
A mia madre
No, madre, non è stato facile:
è fatica distaccarsi.
E adesso è troppo presto
e non mi riesce di pensare.
Guarda,
mi metto ginocchioni
a cercare qua e là le mie radici:
non voglio che si secchino.
Sai? Non mi sento più nemmeno intera
e nutro paure.
Magari se prendo una sedia e guardo fuori…
Un fiore, il rosso - nel brolo - dei frutti, il sole sull'aia.
Non so se mi fa bene.
Piuttosto d'affollarmi
sotto la coltre del pianto
però
penso così sia meglio.
Gloria en cuaciù, come quando era bambina, a cercare da qualche parte le sue radici ancora umide di linfa materna. Accucciata, senza interezza, per trovare una presa nella nebulosa del distacco. In silenzio l’accompagno in questa prima parte della poesia, istintivamente scritta nella lingua madre e poi tradotta letteralmente - la versione che ho preferito - e in seguito rivisitata in metamorfosi poetica.
In un crescendo introdotto da facciamo così (nella versione letterale) e da magari (in quella rivisitata), gli occhi e le ginocchia cominciano ad alzarsi e si fanno proposta attiva, seppur incerta, per prendere una sedia e guardare fuori. Al di sotto della sedia già spuntano le prime radici che affondano e si nutrono delle profondità che la madre ha lasciato. Gloria guarda fuori ciò che ancora di lei non è scomparso e che le impreziosisce il ricordo: Un fiorellino, i bei pomidoro, il sole sull'aia… Magnifico l’accostamento dei tre termini in una ripresa che procede dal basso verso il sempre più alto: gli occhi si alzano, perché l’anima si è rialzata. Infatti il fiorellino, i bei pomidoro, il sole sull'aia, così concreti e reali, ci narrano un’altra storia: le radici ritrovate si stanno capovolgendo per trasformarsi in chiome d’alberi, nutrite di luce piuttosto che di lacrime. E a dar maggior suffragio ai versi di Gloria, ne riporto alcuni altri tratti da "C’è un varco nel tempo" di Marco Ribani: […] è il tempo in cui / gli alberi si mettono in cammino / e gli uomini mettono radici / ciascuno cerca un nuovo luogo / oltre il confine degli occhi / […].
Questa è la poesia di una figlia che ha perso la madre; è la sua dolorosa elevazione per ritrovare l’intreccio delle origini. È anche la poesia di una madre che, scomparendo tra la linfa e le fronde, le bisbiglia dove andare a cercare.
[1] Ghedi, in provincia di Brescia, è il paese natio di mia madre: in dialetto, Ghét. Il titolo gioca su "ghét" che, oltre ad essere un toponimo, è la seconda persona singolare del presente indicativo in forma interrogativa.
La poesia è stata scritta in dialetto ghedese, seguendo i criteri di trascrizione fonetica e di accentazione tonica descritti in Celeste Chiappani Loda, A Ghét sa parlàå isé. A Ghedi si parlava così. Studio dialettologico, dattiloscritto, pp.12-14.
Al testo originale seguono una traduzione letterale e una trasformazione poetica. La prima ha lo scopo di rendere comprensibile il testo dialettale, mentre la seconda di creare una versione poetica in italiano. L'operazione è stata applicata alle altre poesie citate in fondo a questa pagina.
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