"Abitare nell’orto d’Europa: le architetture «invisibili» di Almeria." Fotografie di Lukas Isak

La locandina.

La mostra

La mostra Abitare nell’orto d’Europa: le architetture «invisibili» di Almeria, curata dal prof. Ferdinando Zanzottera del Politecnico di Milano, raccoglie una quarantina di scatti di Lukas Isak, un giovane promettente professionista dell’architettura particolarmente interessato ad indagare il tema dell’abitare dell’uomo. Le immagini esposte costituiscono, infatti, il suo personale racconto figurativo della “città invisibile” di Almeria, una delle più grandi baraccopoli del sud della Spagna in cui vivono oltre 4.000 persone impiegate, più o meno regolarmente, nella coltivazione in serra di prodotti agro-alimentari esportati in tutta Europa.

L’indagine visiva di Lukas Isak, qui pubblicamente proposta per la prima volta, costituisce il personale reportage compiuto negli scorsi anni dall’autore, che ha inteso indagare i luoghi abitati e le condizioni di vita in cui sono costretti gli immigrati africani ad Almeria stanziatisi, spesso privi di documenti e alla mercé di chi specula e sfrutta la manodopera a basso costo.

La costretta selezione delle immagini di Lukas in mostra si inserisce in quella lunga tradizione critico-documentaristica europea di registrare, attraverso la fotografia, le condizioni di vita di chi abita in “duraturi ricoveri di fortuna” ai margini delle città industrializzate, che da tempo l’Onu indica tra le più grandi “minacce alla stabilità mondiale".

Gli scatti esposti all’interno della 29° edizione de “Il mondo in un Click” sono immagini semplici dall’immediatezza disarmante che, influenzate inconsciamente dai reportage di Rodrigo Pais e di altri maestri della fotografia della seconda metà del Novecento sulle periferie delle città italiane, raccontano l’identità intima di un luogo che nessuno vuole vedere, sebbene le cronache affermino che le serre di Almeria siano ben visibili persino dallo spazio. Le immagini in mostra sono dunque la personale pragmatica fotocronaca del talentuoso “giovane architetto” in cui traspare la passione per l’indagine del mondo attraverso l’incontro con luoghi e persone, qui volutamente escluse dalle immagini selezionate. Esse non sono una ricerca figurativa pietistica ma la cruda registrazione di una “cittadella informale” organizzata secondo le specifiche regole del sapere dell’uomo, espresse attraverso la creatività e le identità dei singoli suoi abitanti.

In questo sperduto e semidesertico luogo della Spagna meridionale, che ha saputo reinventarsi come consolidata realtà agricola grazie all’impiego diffuso di grandi serre plastiche, nei primi decenni del nuovo millennio sembrano ripetersi quegli scenari migratori che in passato hanno caratterizzato eterogeneamente l’inurbamento delle grandi città italiane ed europee connesse allo sviluppo industriale e all’implementazione dei poli terziari. Le fotografie in mostra svelano anche come in questa ‘piccola’ ed ‘enorme’ città informale il ridotto spazio abitativo sia stato sfruttato razionalmente per consentire anche la creazione di alcune strutture comunitarie. Qui vi sono stati infatti creati ambienti semplici per la comunità, che comprendono luoghi per l’incontro, il confronto e la preghiera. Questo fenomeno, non esclusivo di Almeria, rivela l’esistenza di una specifica microsocialità espressa anche attraverso la riproposizione dei modelli architettonico-insediativi dei luoghi di provenienza dei singoli abitanti. Vi sono infatti specifici episodi architettonici, puntualmente registrati dalle fotografie in mostra, che attestano come per molte persone della comunità che qui vive, il “luogo” dell’abitare costituisca il “luogo” dell’appartenenza e dell’identità, rivelando anche la propria propensione al dialogo. La realtà edilizia dell’insediamento informale non costituisce, infatti, solo l’ambiente del ricovero notturno, ma rappresenta il sito della reiterazione dell’identità delle singole persone che, tuttavia, rischia di perdersi di fronte all’estraneità dettata dalla condizione di immigrato. Qui egli socializza e ritrova le sue certezze profonde sull’io. In questi casi sembra dunque palesarsi la concezione di spazio di Heidegger, secondo il quale vi è una profonda diversità tra “luogo” e “spazio” poiché è in quest’ultimo che l’uomo esprime concretamente le proprie convinzioni ontologiche ed esperienziali, trasformando un semplice volume architettonico in un’esperienza topologica del sé, fondata sulle interconnessioni tra soggetto e ambiente.

Le differenze tra le singole “baracche” edificate non dipendono esclusivamente dal concetto che ognuno ha di “abitazione” e dai mezzi edilizi ed economici a disposizione, ma derivano anche dal luogo di origine degli immigrati. Alcuni chiudono gli ingressi delle loro “case” solo con teli e tende pesanti per proteggerle dal vento e dal caldo, mentre altri avvertono la necessità di proteggere maggiormente la propria identità e i propri beni impiegando vere e proprie porte con serrature o lucchetti. Diversi “favelados”, inoltre, tendono a personalizzare gli interni posizionando in maniera regolare ritratti di parenti, scritte religiose, riproduzioni di opere d’arte o fotografie del loro paese, fissandole meticolosamente alle pareti o incorniciandole con mezzi di fortuna.

In numerose “abitazioni” di Almeria le protezioni parietali poggiano su ordinati assiti, sui quali sono collocati eterogenei materiali per riparare dal freddo e dall’umidità, talvolta fissati con rara metodicità e regolarità geometrica. La permanenza in questo luogo di alcuni migranti è testimoniata anche dall’impiego di edifici autocostruiti in mattoni, dalla presenza di intere cucine di recupero o particolari arredi interni che attestano la volontà o il pensiero di utilizzare le baracche di legno per periodi di media o lunga durata. Le fotografie documentano come altre parti di questa “città invisibile” e altre abitazioni siano edificate con maggiore approssimazione e mostrino interni meno organizzati, caotici ed assai meno curati esteticamente. Talvolta l’attenzione dei suoi abitanti è riservata solo all’esterno, dove sono state create verande arredate con tappeti, sedie, sdraio e divani di recupero. Le immagini proposte in mostra rievocano, dunque, la spazialità esterna degli ambienti maschili della terra di origine, nella quale molta importanza hanno gli spazi destinati all’accoglienza e alla convivialità parentale. Nelle bidonville e nelle baraccopoli è dunque fortemente riscontrabile il desiderio di raccontarsi attraverso l’evidenziazione della propria identità e tradizione che, inevitabilmente, si “scontra” con il desiderio di riservatezza e di tranquillità.

Le fotografie di Lukas Isak non sono dunque la mera registrazione documentaria e asettica di una situazione precaria consolidatasi ad Almeria, ma costituiscono un richiamo al significato dell’architettura e dell’abitazione per l’uomo.

Gli scatti in mostra rievocano, dunque, la posizione del filosofo contemporaneo Silvano Petrosino, che afferma: “la casa è il luogo dove l’uomo si ripara, è il luogo della sua intimità e del suo riposo, laddove egli viene accolto ed ospitato per quello che è potendo dimorare finalmente nudo, senza timori e senza vergogna, è il luogo del suo abitare. L’uomo propriamente abita in una casa e ogni qualvolta propriamente abita egli anche curva lo spazio che lo circonda informandolo come casa. Questa identità tra l’abitare umano e la casa è così stretta che non è assurdo vedere nella casa la manifestazione più diretta, o il significante per eccellenza, del soggetto che la abita, e in tal senso essa è essenzialmente «sua», ma non tanto perché egli ne sia il proprietario, quanto piuttosto perché essa lo riguarda, lo guarda rinviandogli da ogni parte le sue stesse parole”.

Le fotografie di Lukas Isak non sono dunque solo belle immagini, ma rappresentano istantanee che invitano ciascuno di noi ad interrogarsi sul significato di questa piccola “città spontanea” e sul valore culturale delle sue fragili architetture.

Crediti

Mostra organizzata dall’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda in collaborazione con l’Associazione di Volontariato Culturale Amici del Palazzo e Parco Borromeo Arese e il Comune di Cesano Maderno nell’ambito della ventinovesima edizione della manifestazione “Il mondo in un Click”.

Dove e quando

Auditorium Disarò – Antica chiesa di Santo Stefano

Piazza Monsignor Arrigoni, Cesano Maderno (MB)

Dall'11 al 19 novembre 2023

Sabati dalle ore 15 alle ore 18

Domeniche dalle ore 10 alle ore 12 e dalle ore 15 alle ore 18

Ingresso libero

Info

Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda: info@istitutoartelombarda.it

Associazione di Volontariato Culturale Amici del Palazzo e Parco Borromeo Arese: assamicippab@tiscali.it, tel. 3358360818

I protagonisti (profili biografici sintetici)

Lukas Isak

Cresciuto tra il sud d’Italia e l’Austria, il percorso di vita ed accademico di Lukas Isak è stato segnato dalla laurea triennale in architettura presso l’Università Federico II di Napoli e la frequentazione di alcuni corsi presso l’Escuela Técnica Superior de Arquitectura di Granada. Qui è entrato in contatto con lo studio del prof. Juan Domingo Santos, che ha svolto un ruolo cruciale nella sua crescita accademica e professionale.

Tra i temi di vivo interesse, la rigenerazione urbana delle città informali e dei campi profughi e la partecipazione ad esperienze di informazione e sensibilizzazione delle istituzioni e della società civile sugli insediamenti informali.

Laureatosi con una tesi triennale dedicata alle ibridazioni culturali nello sviluppo della città, ha proseguito gli studi presso il Politecnico di Milano.

Ferdinando Zanzottera

Professore di Storia dell’Architettura presso il Politecnico di Milano, è Direttore del Dipartimento di Valorizzazione dei Beni Culturali e Conservatore degli Archivi e della Fototeca ISAL.

Coordina progetti di ricerca e catalogazione dei Beni Culturali per Regione Lombardia. Ambiti principali dei suoi studi e delle pubblicazioni sono la tutela e il recupero dei beni storici ed ambientali, il legame esistente tra materia, architettura ed arte, gli insediamenti monastico-religiosi nel loro sviluppo dal medioevo alla contemporaneità e la valorizzazione dei Beni Culturali.

Curatore scientifico di un centinaio di mostre di arte, architettura e fotografia, in Italia e all’estero. Tra queste si segnala la mostra Zio Paperone e i segreti del Deposito. Storia e statica del simbolo di Paperopoli, svoltasi presso WOW Spazio Fumetto - Museo del Fumetto di Milano patrocinata dalla Scuola di Architettura Civile (corso di studi in Architettura delle Costruzioni) del Politecnico di Milano e dal Comune di Milano.

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