Dalla silloge Altre isole
La corriera non è un treno, non è un taxi; non è neppure un pullman granturismo. È invece il mezzo pubblico che raggiunge in modo capillare anche il più piccolo dei paesi. Chi, come me, è un pendolare al suo interno può scoprire un mondo inaspettato, un mosaico di sorprese: il teatro mobile della vita. Volti e lingue diversissimi, accenti e cantilene, spezie e odori. Gli odori di quei corpi che si alzano in fretta al mattino e, per motivi che a noi sfuggono, non hanno l’abitudine né il tempo di lavarsi dalla polvere, dal sudore, dalle preoccupazioni che li attanagliano anche durante la notte. Salgono tante persone qui in corriera e di molte che non conosco mi piace guardarne con calma il viso, mi piace chiedermi quali possano essere i sentimenti nascosti nelle loro anime, e i pensieri che fanno loro compagnia. Questa mattina mi passa vicino una donna, giovane, dagli occhi dolcissimi. Non appena si toglie il berretto di lana, i capelli si sciolgono lunghi sulle spalle, neri e ariosi. Scuri come l’iride e la pelle. La voce ricambia un saluto laggiù in fondo e poi si immerge in una fitta conversazione durante la quale ricorre, quasi un vocativo, la parola Assinih, così mi pare di capire. E a me suona come un nome che sa di zenzero e di curry… E poi mi perdo a guardare i campi già pronti alla semina e i prati a riposo; e l’acqua sottile che riga i vetri e continua a bagnare la natura, le abitazioni, la strada. Di nuovo la portiera si apre facendo entrare il freddo e il rosso di una giacca. È Caterina, che non ha età, parla senza tregua, da sola, anzi, conversa con un suo invisibile interlocutore; durante i suoi lunghi monologhi si rivolge al suo ragazzo immaginario e, facendo le due voci, si intrattiene in matrimonio e grandi preparativi. E poi c’è il raffinato signore – habitué come tanti – che non parla invece, non sorride, se ne va perso in un libro, quasi a schivare il contagio di noi gente comune. Non sa cosa perde a non trattenere almeno la piega di un viso…. La corriera non è un taxi, non è un’auto di lusso; eppure a volte mi trovo ad essere la sola passeggera, magari per un tratto. Se mi volto a guardare i sedili tanto vuoti, quanto spreco, penso, per un’unica persona, quanto carburante andato in fumo. Ma poi il silenzio, i rumori ovattati, coprono pietosi il tarlo ambientale che ronza come sciame nei pensieri.
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